Non è una città per mamme

Non è una città per mamme. Sembra assurdo doverlo dire di Bologna, considerate le antiche tradizioni del capoluogo emiliano. Infatti, nella sede della più antica università del mondo, il titolo di “Alma Mater” campeggia ovunque nei documenti ufficiali. Inoltre, se maternità significa accoglienza, disponibilità, protezione, Bologna si è sempre fatta vanto di essere all’avanguardia nella promozione di questo tipo di valori.

Eppure, non da oggi, la città emiliana sembra divenuta addirittura ostile all’idea stessa di maternità. Le nascite sono al palo ormai da decenni, e vengono sostenute unicamente dalla copiosa immigrazione, soprattutto dai paesi dell’est europeo, nonché dal medio ed estremo oriente. Sono queste donne straniere a fare da foglia di fico, consentendo alla demografia bolognese di non dover dichiarare che è in atto una catastrofe. Ma la città è sempre più anziana, le scuole sono affollate di bambini che a casa non parlano l’italiano, e – non da ultimo – i livelli di assistenza sanitaria e sociale, un tempo all’avanguardia, lasciano sempre più a desiderare.
La grande maggioranza delle famiglie a Bologna già è composta da persone sole, non sempre anziane, e da coppie senza figli. Per non parlare della grande diffusione che a Bologna ha la pratica dell’aborto, visto che gli ospedali cittadini ospitano anche numerose donne provenienti da fuori regione, o addirittura da altri paesi, per compiere interruzioni di gravidanza.
Ricordiamo peraltro che, nemmeno un mese fa, il cardinale Carlo Caffarra, già arcivescovo di Bologna e indimenticato pastore della città soprattutto per quanto riguarda i problemi della famiglia, aveva lanciato un grido di allarme. La stessa Regione Emilia Romagna, infatti, ha istituito un bando per finanziare con denaro pubblico l’importazione di “banche del seme” per la fecondazione eterologa. Su questo problema, il Popolo della Famiglia bolognese ha avviato una doverosa campagna di opposizione.
Tuttavia, occorre sempre precisare che quanto sopra descritto non avviene solo per ragioni logistiche o strutturali, vista la relativa eccellenza dei servizi ospedalieri di Bologna e la sua centralità geografica. Piuttosto, esiste un certo clima culturale che più che consentire certi fenomeni, li favorisce. L’amministrazione comunale infatti è parte attiva di questa campagna di indifferenza e anzi di sospetto verso la maternità.
Nelle scorse settimane, ha tenuto banco il caso di una giovane ricercatrice che, intervenuta a Palazzo D’Accursio, sede del Comune, per un convegno che guarda caso riguardava proprio la condizione femminile, si è vista rifiutare la possibilità di allattare la propria bambina. Benché si trattasse di una mamma di certo non militante del PdF, e anzi probabilmente ostile alle nostre posizioni, l’atteggiamento del personale del palazzo comunale, e la contemporanea mancanza di strutture idonee, sono stati talmente freddi e scostanti da indurla a una pubblica protesta.
L’idea di donna attivamente promossa dal Comune di Bologna – e lo dimostra anche il convegno durante il quale è avvenuto l’episodio in questione – è dunque programmaticamente ostile alla dimensione della maternità. Il Popolo della Famiglia, che qui ha iniziato la sua attività con un confortante 1,3% alle ultime amministrative, è unica formazione politica che sta organizzando un’opposizione concreta a questa deriva. Infatti è tutt’altro un caso che solo a Bologna avvengano episodi simbolici così ostili verso la maternità.
In questa città e in provincia, la quotidianità è infatti piena di famiglie e di mamme che faticano a trovare un’adeguata assistenza pubblica, sia a livello di asili nido, che e soprattutto di sostegno alla maternità. In questo senso, le proposte del Popolo della Famiglia di Bologna mettono al primo posto l’istituzione di un reddito di maternità, oltre che di incentivi concreti per le coppie con figli in difficoltà. Purtroppo, da parte delle istituzioni continua ad arrivare solo indifferenza, assieme a vere e proprie provocazioni. Anche il centrodestra tradizionale di Bologna, da sempre minoritario e perdente, appare sordo al problema e anzi perfettamente allineato all’aria che tira. Basti pensare che i deputati bolognesi di Forza Italia tuttora in carica, Massimo Palmizio e Anna Maria Bernini, si sono distinti per avere votato in Parlamento, in dissenso dal proprio gruppo, la famigerata legge sulle unioni civili.
Il Comune di Bologna dal canto suo cerca di essere all’avanguardia, oltre che per le politiche di sostegno al mondo LGBT, anche per le cosiddette questioni “di genere” che si contrappongono alla maternità. È della settimana scorsa la notizia per cui il Comune ha istituito per la Giunta il titolo formale di “assessora”. Evidentemente, il tradizionale termine maschile era considerato un’umiliazione insopportabile, e quindi l’innovazione è stata vista come una priorità. La solita ridicola riformetta a costo zero, che oltretutto umilia le donne che lavorano, ma non hanno bisogno di lettere finali per affermare la loro personalità.
Più che di un cambio di desinenza ci sarebbe dunque bisogno di un cambio di passo, ad esempio attuando forme di reale sostegno per le mamme che lavorano. Ma queste pagliacciate ideologiche fanno capire l’aria che tira e il disprezzo diffuso dell’amministrazione per le donne bolognesi che, più che con le cariche pubbliche, si realizzano nella famiglia.

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