Certa CEI contro l’ora di religione (di De Carli e Fiorin)

A volte l’accoglienza diventa acquiescenza. Ci eravamo già accorti che, mentre il nostro Paese sta venendo flagellato da una potente ventata di secolarismo (disprezzo del matrimonio, utero in affitto, eutanasia e suicidio assistito…), i vertici della nostra Chiesa gerarchica sembrano avere altre priorità.

Purtroppo, come vedremo, la difesa dell’identità cristiana dell’Italia ha appena subito un altro attacco che avrà conseguenze dannose nel tempo. E questo è successo proprio nelle scuole, cioè nei luoghi in cui la civiltà e la cultura italiana dovrebbero essere più tutelate.
Eppure, anche stavolta il tema sembra essere stato privo di interesse, sia per la Cei di monsignor Galantino, sia per di quella di monsignor Paglia, che si sta piuttosto preoccupando di far sapere, in questi tempi di eutanasia incombente, che riteneva Marco Pannella “l’ispiratore di una vita più bella non solo per l’Italia”, e quindi sostanzialmente un uomo pervaso di spirito cristiano.
Probabilmente, il prelato appena citato sarà ben contento di sapere che la cultura radicale ha appena ottenuto nel nostro Paese un ulteriore successo giudiziario. Cercheremo pertanto qui di seguito di spiegarvi l’accaduto in termini ben comprensibili ai non addetti, e quindi anche a certi uomini di Chiesa.
La riforma cosiddetta della buona scuola, che tutti conoscerete, ha fatto sì che in molti istituti siano arrivati i “docenti di potenziamento”. Si tratta di insegnanti di materie non curricolari, cioè secondarie ma non prive di una loro importanza, che dovrebbero arricchire il piano di offerta formativa delle scuole. Ora, molti istituti scolastici, già dal primo anno di applicazione della legge, hanno avviato la prassi di utilizzare i suddetti docenti per garantire l’attività “alternativa” all’insegnamento della religione cattolica.
Come saprete, infatti, gli studenti devono vedersi garantita la possibilità di non fare l’ora di religione, senza per questo venire discriminati o lasciati nei corridoi senza fare nulla. Le materie sostitutive, secondo la legge, dovrebbero caratterizzarsi come insegnamenti “non curriculari” di area culturale affine a quella della religione, e quindi – citiamo la norma burocratica – “come attività di approfondimento di quelle parti dei programmi, in particolare di storia, di filosofia, di educazione civica, che hanno più stretta attinenza con i documenti del pensiero e dell’esperienza umana relativi ai valori fondamentali della vita e della convivenza civile”.
Tuttavia, con l’avvento di questi nuovi insegnanti per così dire addizionali (Renzi non voleva lasciare nessuno senza lavorare…), in moltissimi casi si è deciso, come dicevamo prima, di assegnarli alla “copertura” delle ore alternative a quella di religione, per coloro che non si avvalgono della stessa.
Pertanto, si è creata in questo modo una vera e propria discriminazione al contrario per gli alunni che invece l’ora di religione vorrebbero seguirla. Infatti, la loro scelta in molti casi sta finendo per escluderli dalla possibilità di seguire insegnamenti differenziati, che pur essendo non curricolari, avrebbero interessato sia loro che le famiglie.
Per affrontare questo problema, nel silenzio del Ministero dell’Istruzione, ma anche degli uffici competenti della Chiesa italiana, alcuni genitori di Roma tempo fa hanno proposto una specie di ricorso-pilota al Tar del Lazio. Questa loro scelta, tesa a difendere non soltanto i loro figli ma anche le ragioni della cultura cattolica, era stata fatta presente agli organi competenti della Cei, ottenendo in cambio uno sdegnato silenzio.
Infatti, benché si tratti di materia concordataria, che in quanto tale legittimerebbe la Cei a difendere le sue ragioni anche in giudizio, quest’ultima ha deciso di non intervenire a supporto delle famiglie ricorrenti. La Cei di conseguenza non ha voluto esporsi nemmeno per tutelare la dignità degli insegnanti di religione da essa stessa nominati. Questo è avvenuto, ci dicono, nonostante l’interessamento del cardinale Bagnasco.
Ci dicono anche che Il direttore di Avvenire, pure lui contattato e inizialmente interessato alla notizia, è stato successivamente ‘disinteressato’ alla stessa da parte degli stessi soggetti di cui sopra. Evidentemente, come dicevamo all’inizio, le gerarchie della Chiesa italiana hanno altre priorità, rispetto all’esigenza di difendere l’identità e la cultura cattolica del nostro Paese.
Non avendo ottenuto soddisfazione al Tar, i suddetti genitori hanno provato la via del Consiglio di Stato. Ora, la novità è che quest’ultimo ha appena respinto il loro ricorso. Appellandosi alla lettera della legge, i giudici amministrativi di appello hanno infatti stabilito che l’educazione musicale – cioè la materia che nel caso specifico era diventata di potenziamento, e quindi discriminava a chi avrebbe voluto seguirne i corsi senza rinunciare l’insegnamento della religione – non essendo formalmente “curricolare”, può benissimo essere prevista come alternativa all’ora prevista dal concordato.
Dunque, nella scuola ormai plasmata dal partito radicale di massa, d’ora in avanti l’insegnamento della religione cattolica diventerà anche di diritto una disciplina “alternativa” alle cosiddette discipline di potenziamento (diritto, economia, musica, cinema, educazione all’immagine, logica, etc. etc.). Materie non prive di importanza, come abbiamo visto, che pure gli istituti scolastici considerano come come obiettivi prioritari della loro offerta formativa.
Tutto questo, lo ribadiamo, è accaduto nel silenzio compiacente di chi dovrebbe difendere le ragioni del concordato e degli insegnanti di religione. Ma anche quelle delle famiglie e degli studenti che vorrebbero avere l’opportunità di non diplomarsi nella completa ignoranza dei fondamenti che il cattolicesimo ha posto alla base della nostra cultura.
In definitiva, è probabile che da parte della Cei non si siano voluti disturbare – assieme ai manovratori del governo – nemmeno i migranti di altre culture verso i quali si devono costruire ponti. Può darsi che non si voglia farli sentire estranei al nostro Paese per il solo fatto di non essere stati educati a conoscere il cattolicesimo.
E allora, aggiungiamo noi… ma che senso ha difendere ancora il concordato, e i finanziamenti che esso garantisce al nostro clero, se poi l’identità cattolica dell’Italia fa così schifo anche ai porporati dell’accoglienza ad ogni costo?

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