Dodici mesi dopo l’assemblea costituente del Popolo della Famiglia (di Di Matteo, De Carli e Fiorin)

Un anno vissuto intensamente. È stato l’undici marzo del 2016, a Roma, presso il Palazzetto delle Carte Geografiche, che è iniziata l’avventura del Popolo della Famiglia. Qui un gruppo di incoscienti ottimisti, progressivamente diventati come fratelli, si sono riuniti provenendo da tutto il Paese, da Bolzano fin dalla Sicilia, per iniziare la nostra battaglia politica.

Chi c’era quel giorno, non potrà mai dimenticare di essere stato testimone dell’inizio di una esperienza umana di quelle da raccontare ai nipoti. E non sembri presuntuoso quello che stiamo scrivendo. Come ebbe a sostenere Friedrich Nietzsche, tutte le cose veramente grandi all’inizio sembravano impossibili. Così è stato anche per noi. E ancora adesso sappiamo, dopo un anno di cammino, che le battaglie finora affrontate sono soltanto l’inizio.
Non è solo il nostro Paese, non solo l’Europa, ma è tutta la nostra civiltà ad avere bisogno dell’affermazione di quella nuova idea della politica che il Popolo della Famiglia sta cercando di realizzare. Perché la posta in gioco va ben al di là dei contrapposti interessi che si agitano nella cosa pubblica, e vanno oltre anche al bene comune economico e sociale della presente generazione.
È proprio il principio stesso della solidarietà generazionale, della comunione di destino, della continuità di saperi e di ricchezze condivise che si tramandano tra genitori e figli, a essere in pericolo nell’Italia e nell’Occidente di oggi. Quando i poteri dello stato e delle istituzioni comunitarie si contraddicono su tutto, ma convergono solo su una sorta di gaio nichilismo che vuole distruggere le fondamenta della convivenza sociale, cioè la famiglia e la stessa idea di persona, ecco che è davvero necessario che coloro che se ne sono resi conto non si chiamino fuori.
Anche per questi motivi non deve sembrare presuntuoso quanto stiamo affermando. La politica non è soltanto gestione di interessi, perché parte necessariamente dalla consapevolezza di un’appartenenza comune. Oggi ci accomuna l’esperienza, che precede la politica, di fare parte di una civiltà in pericolo e non solo in Italia. Per questo siamo nati.
L’antecedente storico del Popolo della Famiglia, come tutti sanno, è stato quello dei Family Day del 2016. Inutile rivangare sulle ragioni che hanno creato una divisione tra i promotori di quegli eventi, che hanno fatto scoprire all’Italia intera l’esistenza di un popolo che non ci stava, e non ci sta, a lasciare passare senza combattere i falsi miti di progresso. Siamo abbastanza soddisfatti del fatto che già ora, nel corso di questo primo anno vissuto pericolosamente, ci siano state riconosciute le ragioni per cui non avremmo potuto attendere oltre.
Mario Adinolfi, Gianfranco Amato e Nicola Di Matteo hanno dato vita a questa avventura politica sulla base della richiesta che proveniva da un popolo arrabbiato, senz’altro deluso, ma che prima di tutto questo era realmente esistente. Un popolo vero, inteso come una comunità di destini, e non solo come una sommatoria di individui con interessi convergenti.
Quella del Circo Massimo era una richiesta che non poteva rimanere più a lungo disattesa. Le nostre ragioni sono semplicemente quelle che, da più di venticinque anni, le famiglie italiane non vedono minimamente rappresentate dai politici. Dal Palazzetto delle Carte Geografiche di Roma, un anno fa, è iniziato il cammino che, rispetto alle condizioni di partenza, ci ha già portati oltre i sogni più audaci.
Quando ci siamo reincontrati al Teatro Eliseo, all’ultima assemblea nazionale, ci siamo scoperti già cresciuti in modo esponenziale. Del resto, quel risultato oltre l’uno per cento in tanti capoluoghi, alla prima prova elettorale dopo sole otto settimane di vita, per chi sa leggere le novità della politica era già il segnale del futuro che ci stava attendendo.
Il nostro cammino continuerà ad essere contrastato, ma ormai la crescita è inarrestabile. Non possiamo venir meno dalla nostra scelta di rappresentare, con un simbolo indipendente, il sentire degli uomini e delle donne di buona volontà del nostro Paese, che non sono più disposti a cedere sul principio per cui la famiglia non si tocca. E insieme a essa, tanto meno, si toccano le fondamenta antropologiche della nostra civiltà.
Troppi inganni, troppi fraintendimenti, ma anche troppi tradimenti hanno segnato la storia recente dei cattolici in politica. Sappiamo di stare umilmente facendo solo quello che forse già da tempo avrebbe dovuto essere fatto. Qualunque siano, quando celebreremo il secondo anno di vita del PDF, i risultati che avremo raggiunti, sapremo – come già ora sappiamo – che non avremo corso invano.
L’avventura umana, le amicizie, la consapevolezza di stare scrivendo una pagina davvero grande della storia italiana, proprio perché l’obiettivo sembrava inizialmente impossibile, rimarranno comunque fatti indelebili. Stiamo cambiando la storia, e se non la storia del Paese, quanto meno possiamo dire di avere già cambiato la storia personale di tanti di noi. Il presupposto fondamentale è che, alla base dell’avventura del Popolo della Famiglia, vi sia – prima ancora che una fede in comune – una reale amicizia civile e una reale condivisione umana di valori che tutti noi abbiamo vissuto nel privato, prima ancora che nella affermazione politica.
Abbiamo tutti già vissuto nella carne viva della nostra personale esistenza, nel bene e nel male, quello che stiamo predicando in politica. Nella sfiduciata Italia di oggi, quelli che ancora ci provano a fare politica dicono un po’ tutti di stare impegnandosi per fare ritornare a vincere gli interessi superiori.
Ma noi siamo gli unici ad essere davvero credibili, quando diciamo di stare facendo quello che facciamo unicamente per i nostri figli. In questo senso, comunque andrà a finire, sappiamo che la storia non potrà fare altro che darci ragione.

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