Nessuno tocchi Caino. Tessarollo sta col tabaccaio (di De Carli e Fiorin)

Cantava Lucio Dalla che l’impresa eccezionale oggi è essere normale. Un verso diventato proverbiale, che oggi si adatta molto bene a certi uomini di Chiesa. Infatti, in quest’epoca di politicamente corretto, molti settori del clero italiano (e non solo) sembrano essersi completamente adattati alle follie del pensiero dominante. Dire parole di semplice buon senso, che una volta erano scontate, per chi porta una veste talare oggi è invece diventato un esercizio di coraggio. In particolar modo, se si ha un’autorità nella gerarchia cattolica.

E’ il caso di di monsignor Adriano Tessarollo, vescovo di Chioggia, che si è schierato dalla parte dei suoi fedeli, nel commentare il caso di un tabaccaio padovano appena assolto in appello, dopo una controversa condanna di primo grado, per avere ucciso un bandito di provenienza straniera, scoperto a rubare nel suo negozio.
Già all’epoca dei fatti monsignor Tessarollo si era distinto per la nettezza con la quale aveva difeso le ragioni della legittima difesa. E furono come al solito polemiche. Infatti, con la condanna di primo grado il tabaccaio era stato addirittura condannato a risarcire con oltre 300 mila euro la madre e la sorella del delinquente moldavo.
Allora monsignor Tessarollo sul settimanale diocesano di Chioggia parlò apertamente di un risarcimento “degno di un incidente sul lavoro”. Oggi, che la Corte d’Appello ha finalmente dato ragione al povero cittadino, sollevandolo da un lungo incubo, il vescovo non si è pentito di aver usato quell’ironia. E nemmeno si è fatto pregare per tornare sull’argomento, precisando il suo pensiero. Opinioni che come dicevamo appaiono davvero coraggiose, di questi tempi, per un uomo di Chiesa.
“Le sentenze creano opinione”, ha detto infatti il presule chioggiano, “e c’è il pericolo che le pronunce di condanna, in casi simili, quasi autorizzino a rubare, come se i malviventi avessero sempre ragione”. Dando prova di buon senso, Tessarollo ha invitato a tenere conto “di cosa viva una persona onesta che spara a un ladro entrato in casa sua o nel negozio”. Un dramma che, specialmente da parte dei pastori di anime, andrebbe compreso e accolto. Soprattutto in questi tempi, in cui va tanto di moda il discernimento e l’accompagnamento.
A chi polemizza sostenendo che un uomo di Chiesa non dovrebbe parlare in un certo modo (chissà poi perché), monsignor Tessarollo risponde senza paura che alla difesa dei cittadini “dovrebbe pensarci lo Stato, ma quand’è che arriva lo Stato? Quando è già avvenuto tutto, e alla fine non si viene più tutelati su niente”.
Parole semplici ma davvero coraggiose, su temi che oggi vedono troppi ecclesiastici, non solo in Italia, schierati in blocco dalla parte dei “lontani”, senza dare troppo peso alle ragioni di quei fedeli “di casa” che dovrebbero invece essere più vicini alle loro preoccupazioni.
Del resto anche il catechismo, riecheggiando la dottrina che risale a San Tommaso, insegna che esiste un “ordine della carità”. Prima i propri cari, e poi quelli che si possono via via raggiungere. Senza perdersi in astratti umanitarismi e nella retorica degli “ultimi”, che a volte porta a perdere di vista la carità dovuta a chi ha più cose in comune con noi. Finendo in certi casi addirittura per danneggiare il proprio fratello più prossimo.
Spesso i difensori di un buonismo senza confini arrivano a non accorgersi nemmeno della gente in mezzo alla quale vivono. Non capiscono, o forse vogliono ignorare, come questa stia attraversando autentici drammi. Ma per fortuna Monsignor Tessarollo, che non sembra preoccupato della carriera, continua ad avere le idee chiare. Nella stessa intervista, parlando dell’integrazione degli immigrati, che dovrebbe essere un antidoto alla loro propensione alla delinquenza, si è chiesto se come comunità statale “abbiamo davvero il necessario per portare avanti un’integrazione già di per sé non facilissima”. Sostiene infatti Tessarollo che “una persona cresciuta fino a quarant’anni in uno stato diverso dal nostro e con un modo di pensare completamente diverso, non può cambiare atteggiamento dall’oggi al domani”.
L’integrazione dunque è un lavoro lungo e complicato. E richiede capacità di distinguere, senza farsi prendere la mano da teorie astratte che poi alla prova dei fatti risultano impraticabili. Per questo il motto del Popolo della Famiglia, su questi temi, è “integrare e non ammucchiare”. E le parole di un vescovo coraggioso come quello di Chioggia di questi tempi almeno ci fanno sentire rassicurati.

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