Il lascito civile e religioso della visita pontificia

In molti si sono prodigati a commentare, con più o meno entusiasmo, la visita pastorale di Papa Francesco a Monza e Milano. Tra le riflessioni più acute ho trovato la lettera dell’Arcivescovo di Milano Angelo Scola pubblicata sul quotidiano di Torino La Stampa. Al di là dei numeri, davvero imponenti, che hanno caratterizzato le undici ore di presenza del Pontefice nelle terre ambrosiane, l’elemento più evidente e immediato è rappresentato dalla “familiarità” lessicale con cui Francesco spiega riflessioni complesse e articolate che riguardano il vivere odierno di ognuno di noi.

Il Card. Scola parla del Papa come di “un uomo costruttivo, riuscito” e la corrispondenza di questa analisi la troviamo nell’abbraccio festoso e pieno di letizia con cui il Santo Padre viene accolto negli oltre 100 km percorsi nella sua giornata lombarda. Una questione corretta che pone l’Arcivescovo ambrosiano è consequenziale a questo: “domandarsi da dove venga questa riuscita”. E tenta di proporci una possibile risposta: “Proviene certamente dalla sua fede in Gesù, una fede concepita in termini incarnati, dentro la vita. Da qui nasce questo linguaggio della mente, del cuore e delle mani”. Bellissimo questo passaggio, che spesso amo rilanciare durante il mio girovagare l’Italia per incontri e conferenze: o Cristo lo viviamo dentro la realtà di ogni giorno, incarnato dentro la nostra vita, o non lo viviamo affatto e rimane solo una povera e inutile idea astratta. Un’idea che col passare del tempo rischia di diventare ideologia, se applicata e imposta alla realtà (Papa Francesco già da tempo ci sta risvegliando su questo pericolo).

Uno dei passaggi più preziosi degli interventi del Santo Padre per il Card. Scola risulta essere legato alla “gioia del Vangelo”: rivolgendosi ai Ministri consacrati e alla Vita consacrata invita a vivere “un ministero vissuto senza la preoccupazione dell’esito, integralmente affidato alla Provvidenza”. Splendido e attualissimo: vivere pienamente la “rivoluzione di Dio”, di cui più volte Benedetto XVI ci ha parlato durante il suo pontificato, come strumento di edificazione del progetto di Dio nel mondo affidandosi completamente ai segni della realtà e non a quelli dei nostri programmi terreni. Pensate alla nostra avventura del Family Day: una corrispondenza di esperienza totale.

L’ultimo passaggio su cui l’Arcivescovo di Milano si sofferma riguarda la sfida del “prendere sul serio il suo (del Papa) monito di praticare uno stile di relazione tra Chiesa e la realtà civile che ridica il gusto e la gioia di costruire insieme in una società che è in grande e turbolento cambiamento”. Rilancia quindi il valore, per citare il Card. Cafarra, dell’amicizia civile, ovvero la “condivisione dei beni umani fondamentali che precede ogni legittima cura degli interessi particolari ed individuali, impedendo al necessario confronto democratico di degenerare in una lotta tra avversari”.

Dobbiamo ripartire dal comprendere come attuale e “necessariamente” personale la sfida di portare la nostra Fede dentro la realtà, incarnandola con tutte le sfaccettature del nostro essere. Una battaglia ardua e complessa ma che potremo vincere solo se prima di tutto ne saremo convinti noi stessi della necessità ed importanza. “Noi crediamo in quello che diciamo” amava ripetere Don Giussani: solo traducendo in esperienza e testimonianza questo messaggio potremo raccogliere l’appello di Papa Francesco ed essere il vero lievito della nostra civiltà contemporanea.

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