Benedizioni a scuola: vince la ragione (di De Carli e Fiorin)

Una volta tanto una buona notizia che viene dalla magistratura. Dopo tante sentenze creative, contro la volontà del legislatore e quindi del popolo sovrano, per una volta alcuni giudici italiani hanno operato nel segno del buon senso. Il Consiglio di Stato ha infatti appena dato ragione a quei pochi che ancora non rinunciano, per il bene di tutti, a chiedere la salvaguardia di un piccolo spazio per Dio nella vita pubblica.

Ricostruiamo dunque la triste storia che aveva visto tra i protagonisti, nostro malgrado, anche noi del Popolo della Famiglia di Bologna. C’era infatti stata un anno fa una sentenza del Tar, contro la quale il nostro partito, appena nato, non aveva mancato di fare sentire la propria voce. L’aveva ottenuta un comitato di insegnanti cittadini, che con puntigliosità degna di miglior causa – sostenuta dagli immancabili Cobas e dai politici di Rifondazione Comunista – si era strenuamente opposto alla possibilità di fare celebrare le benedizioni pasquali nelle scuole.
Nonostante si trattasse di un momento tradizionale della vita scolastica, che ognuno di noi ricorda fin dall’infanzia, a un certo punto il Consiglio di Istituto delle scuole bolognesi Carducci, Fortuzzi e Rolandino (sia elementari che medie) aveva dovuto condurre una battaglia legale per consentire le benedizioni pasquali del 2015. Il Consiglio di Istituto sulle prime aveva provato a tirare diritto, nonostante l’opposizione del comitato laicista “Scuola e Costituzione”, autorizzando il rito fuori dall’orario scolastico.
Ma i tenaci oppositori, ricorrendo al Tar, per il 2016 erano riusciti ad averla vinta, sulla base dei soliti cavilli riguardanti il cattolicesimo che non è più religione di stato, la scuola che è pluralista, ecc. ecc. Così, all’improvviso, i poveri parroci del quartiere che – come ogni anno – si volevano presentare a scuola nel corso del consueto giro di benedizioni pasquali casa per casa, l’anno scorso si erano visti messi alla porta.
Della polemica politica che era sorta ne aveva scritto persino il New York Times. Infatti, la vicenda ha avuto risvolti singolari che potevano verificarsi solo a Bologna, città sempre combattuta tra la ferocia del laicismo comunista e un certo clericalismo papalino. Il presidente dell’istituto comprensivo che aveva voluto tirare diritto era infatti niente meno che Giovanni Prodi, nipote del più famoso Romano, e quindi uno dei tanti esponenti di una famiglia che di clericalismo in salsa bolognese se ne intende.
Non erano a suo tempo mancati momenti farseschi, con la maestra Monica Fontanelli – vera e propria pasionaria del laicismo anti-benedizioni – che aveva parlato di “teatro dell’assurdo” e di “clima di intolleranza”, e nel frattempo aveva annunciato la battaglia di “chi ha esercitato i propri diritti costituzionali ricorrendo al Tar”.
Con un volantinaggio fuori dalle scuole Carducci di Bologna, all’epoca dell’accoglimento di questo famigerato ricorso, noi del PdF eravamo stati gli unici a difendere le ragioni del buonsenso e della libertà di insegnamento. E visto il clima che si respirava, non era stato facilissimo opporci alla rabbia dei – peraltro pochi – insegnanti ideologizzati che volevano espellere dalla scuola il breve rito della benedizione.
Ma in quella occasione abbiamo verificato che i genitori erano quasi tutti con noi. Nessuna delle famiglie reali che avevano assistito allo scontro ideologico sulla pelle dei loro bambini, per soli pochi minuti di benedizione pasquale, era disposta a avallare il puntiglio dei docenti laicisti. La stessa amministrazione scolastica aveva fatto quindi ricorso alla suprema magistratura amministrativa. E ora, sperando di essere ancora in tempo per la Pasqua del 2017, ha ottenuto soddisfazione dal Consiglio di Stato. Quest’ultimo ha infatti stabilito che, laddove le cerimonie avvengano su base volontaria e senza limitare lo svolgimento delle lezioni, è irragionevole considerare la preghiera o le benedizioni pasquali come attività diseducative.
Che dire ora, dunque, se non che abbiamo vinto! Tutto il Popolo della Famiglia non nasconde l’entusiasmo per la notizia, anche se rimane un po’ di amaro in bocca, perché quanto accaduto a Bologna negli ultimi due anni è davvero surreale. Le liti letterarie tra Don Camillo e Peppone, almeno, avevano un sottofondo di umanità. Nelle scuole elementari e medie del quartiere Santo Stefano a Bologna, invece, si è combattuta una battaglia di cavilli e di muro contro muro che di umano ha avuto ben poco.
Il Consiglio di Stato ha detto la parola fine alla vicenda, semplicemente affermando un principio di civiltà e di buon senso. Del resto oggi nella scuola pubblica, se si ha il consenso di gruppi di pressione che hanno quasi sempre ottime sponde nella politica di sinistra, si può fare di tutto, dentro e fuori gli orari destinati alle materie curriculari. Qui in provincia di Bologna, noi lo sappiamo bene, è sempre più difficile tenere fuori dalle aule gli assalti dei propagandisti della ideologia gender, contro i quali ovviamente i vari comitati per la Costituzione non hanno mai nulla da dire, perché evidentemente la loro lettura della sacra carta fondamentale della Repubblica si ferma assai prima dell’art. 29.
E’ una storia risaputa, ma in ogni caso a Bologna non si era mai arrivati a voler proibire il tradizionale momento di preghiera che precede le vacanze di Natale e Pasqua, come se si trattasse di un disvalore. Nemmeno le famiglie dei bambini musulmani si erano mai opposte, e difatti il Consiglio di Stato ha giustamente affermato che la scuola pubblica si dovrebbe aprire anche a momenti di preghiera di altre confessioni, purché ragionevolmente proposti. In questo modo si potrebbe venire incontro anche alle esigenze dell’integrazione.
Preghiere e benedizioni devono infatti essere sempre considerate un fatto positivo, anche per chi non è credente, perché sono comunque buoni auspici che combattono l’odio. Eppure, noi del Popolo della Famiglia di Bologna siamo ormai abituati a vedere come il peggiore fanatismo ideologico abbia dilagato per le scuole del nostro territorio ancor più che in altre parti d’Italia. Con la scusa della non discriminazione, la mentalità politicamente corretta qui riesce a far passare le peggiori nefandezze ideologiche.
Ovviamente, questo non avviene solo nella scuola, ma è qui che si producono i peggiori danni perché si influisce sulla formazione dei cittadini del futuro. Pensare che la preghiera e persino la benedizione per le feste di Pasqua e Natale siano un’attività diseducativa, quando nella scuola per altri versi si fanno passare come positivi certi messaggi che le famiglie non vorrebbero mai, specie in materia di gender e di educazione sessuale, è una truffa bella e buona.
Per fortuna noi del PdF, durante la nostra battaglia, abbiamo incontrato tanti genitori che si sono sempre opposti a questa deriva, seppur faticando a farsi sentire. Gli immigrati di religione islamica, per non parlare degli ortodossi, in alcuni casi sono stati i più coraggiosi ad opporsi, e a venire allo scoperto dicendo che proprio non capivano il motivo per cui gli italiani volessero rinnegare così la propria identità.
E così sono stati proprio gli stranieri a darci la più lampante dimostrazione di come quella contro le benedizioni nelle scuole sia stata una delle peggiori battaglie di retroguardia. Chi si è battuto per proibirle, è mentalmente rimasto indietro di secoli, ed è tuttora in posa col moschetto a farsi fotografare sopra la breccia di Porta Pia. In realtà, ritrovare il senso dell’identità cristiana del nostro Paese, anche nelle scuole, serve solo a rendere più sostenibile l’integrazione. E se si perde il senso della nostra civiltà, il risultato sarà inevitabilmente quello di favorire la costruzione dei tanto temuti muri. Perché in effetti, in un momento in cui si parla tanto di costruire ponti, sono proprio questi atteggiamenti oltranzisti i più refrattari alla comprensione reciproca.
E’ spaventoso l’atteggiamento ostinato e puntiglioso dei ricorrenti del comitato di insegnanti, che non a caso adesso vorrebbero addirittura tentare la via della giustizia europea. Ci sarebbe da chiedersi per quale motivo si debba avere paura di un gesto come la benedizione, che di certo non può danneggiare alcuno né risultare diseducativo.
Purtroppo, la risposta è implicita ed è significativa dell’atteggiamento che più volte abbiamo definito “cristofobico” da parte di tante realtà sociali, che in Emilia Romagna sono particolarmente diffuse. Questo rende ancora più chiara e irrinunciabile la nostra battaglia. Si tratta di difendere l’identità cristiana come uno dei valori fondamentali senza i quali l’intera nostra civiltà non avrà futuro. Questo passa anche per la capacità della società civile di isolare fenomeni di accanimento come quello in questione. Pertanto, per il momento godiamoci questa decisione di buonsenso del Consiglio di Stato, che in una realtà come quella della nostra regione purtroppo era tutt’altro che scontata.

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*