Perché tutto resti così com’è

Nessuno vuole realmente cambiare le leggi elettorali vigenti per Camera e Senato prodotte da due sentenze della Consulta. Nessuno perché nessuno ha alcuna convenienza a procedere in tal senso. Ogni partito oggi ha il bisogno e la necessità di misurarsi con un voto legato alla preferenza strettamente collegata alla propria” vocazione maggioritaria” (per citare Walter Veltroni). Una presunzione vacua perché il 40% dei consensi elettorali richiesto a Montecitorio per ottenere il premio di maggioranza non è al momento alla portata di nessun soggetto politico. Ma questa scelta è dipesa dalla necessità di ricollocare ceto politico in uscita dai palazzi del potere: solo così si comprende la scelta di Bersani e D’Alema di dar vita a Democratici Progressisti, uscendo definitivamente dal Partito Democratico. Perché? Perché esprimerebbero, sempre orientandoci con i parametri previsti dal sistema elettorale attualmente in vigore, un potenziale numerico di parlamentare di circa tre volte di quello offertogli dal segretario in pectore del PD Renzi (60 contro 20).

Tutto il tira e molla in commissione, le proposte di Legalicum avanzata dai 5 Stelle e di Mattarellum dal PD non sono altro che fumo negli occhi teso a distrarre il “pubblico pagante” per non affrontare seriamente la questione elettorale e lasciare tutto com’è. L’unica opzione praticale e probabile è l’armonizzazione delle leggi elettorali, avvicinando le soglie di sbarramento (abbassando quella prevista al Senato) e poco altro. Renzi voleva scogliere le riserve su questi aspetti già prima del termine della fase congressuale interna al Partito Democratico: ora, con l’indizione delle elezioni amministrative per il prossimo 11 giugno è chiaro che il prossimo spazio utile per andare al voto anticipato sarà l’autunno prossimo. Utilizzando così il periodo della calma estiva dei lavori parlamentari per apportare i ritocchi necessari alle attuali leggi elettorali e poi portare a dimissioni anticipate il premier Gentiloni.

Perché votare prima della primavera 2017? Per un motivo banale e semplice: non avere responsabilità su una manovra finanziaria molto probabilmente “lacrime e sangue” che potrebbe portare il partito di maggioranza relativa al governo (il Pd) con un peso non indifferente sulle spalle in grado di penalizzarlo in campagna elettorale. Meglio votare prima, tipo a novembre, e lasciare il tema della programmazione finanziaria in balia del cosiddetto “ce l’ha chiesto l’Europa”.

Ovviamente l’obiettivo dei competitor elettorali è primariamente quello di arrivare primi come consenso alle prossime politiche e ottenere il mandato esplorativo dal Presidente della Repubblica. Se il Movimento 5 Stelle fosse nelle condizioni di riceverlo proverebbe, molto probabilmente, la strada di un accordo con la Lega per un governo anti-casta e anti-Europa, mentre se fosse il PD probabilmente Renzi opterebbe per un Gentiloni bis con Forza Italia ed altri movimenti centristi pronti alle larghe intese.

In poche parole si ritorna a respirare sempre più aria di Prima Repubblica: chi entra in Parlamento alla prossima competizione elettorale nazionale sarà tra i soggetti politici che avranno la responsabilità di aprire una vera e propria fase costituente capace di rioffrire regole chiare e certe per un effettivo esercizio di una democrazia realmente compiuta e non più “azzoppata”. “Per una nuova democrazia”, come ci ha spiegato Mons. Toso nella sua ultima fatica letteraria: per questo come Popolo della Famiglia non possiamo mancare all’appuntamento con la storia.

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*