Perché il PDF: lo spiega l’Istat (di De Carli e Fiorin)

Tutto tranne la famiglia. La sua crisi è la spiegazione di quasi tutto ciò che accade, e pertanto la politica dovrebbe occuparsene con urgenza. Invece, la maggior parte dei commentatori continua a ignorare il problema. Guardiamo al rapporto Istat 2017, che è stato pubblicato l’altro ieri. Esso conferma quello che stiamo dicendo da tempo, se non altro perché – vivendo l’avventura della famiglia anche nella nostra dimensione privata – lo stiamo sperimentando da anni. Anzi, potremmo dire che le ragioni della nascita del Popolo della Famiglia provengono direttamente da quello che l’Istat ha appena “fotografato”, riguardo all’aspetto l’attuale della nostra società.
Un paese ancora in crisi, dove i giovani non avendo prospettive occupazionali perdono speranza nel futuro, e non trovano stimoli nemmeno dalla scuola. Un paese sempre più anziano, dove un numero impressionante di famiglie tira avanti grazie alla pensione dei nonni. Un paese dove i tradizionali riferimenti sono venuti meno, perché i corpi intermedi che consentivano alle persone di contare su reti di solidarietà stanno dimostrando di non farcela più.
L’Istat conferma che il cosiddetto ceto medio, motore dello sviluppo di ogni paese evoluto, in Italia è il più avvilito ed è ormai insussistente sul piano reddituale. La divisione in classi sociali che aveva plasmato gli schieramenti politici nel corso della cosiddetta “seconda repubblica” sta venendo meno. E’ infatti quasi scomparso quel ceto affluente di lavoratori autonomi, partite Iva, professionisti, che per costruire il proprio domani voleva liberarsi dagli impedimenti dello statalismo.
La crisi economica ha fatto sì che coloro che venticinque fa votavano Berlusconi, perché li liberasse dai vincoli di uno stato improduttivo, oggi si ritrovino ad essere i primi ad avere bisogno di aiuti pubblici. Così, chi nei decenni scorsi era sostenitore del libero mercato, invocato quasi come la panacea di ogni male, oggi è il più indotto a rivedere le sue convinzioni. Il ceto degli intellettuali appare in ritardo nella comprensione di ciò che accade, e questo non è una novità, ma anche la borghesia produttiva, che una volta contrapponeva agli intellettuali la propria vocazione al “fare”, è quasi scomparsa. O per meglio dire, ormai è stata riqualificata come il ceto delle “pensioni d’argento”.
E allora, perché questi fenomeni così avvilenti giustificano una volta di più la nascita del Popolo della Famiglia? Basterebbe uno sguardo in rete ai principali commenti al rapporto Istat 2017, provenienti non solo dalla politica ma anche dal mondo dei media, compresi quelli di ispirazione cattolica. Se le voci tradizionalmente di sinistra si sono concentrate sulla questione dei giovani senza lavoro e delle donne, per dire che avrebbero bisogno di maggiori tutele, al contrario i cattolici hanno preferito parlare dell’aumento delle diseguaglianze. Mentre nel vecchio centrodestra, almeno quello più sedotto dal populismo, si è preferito puntare l’indice contro l’immigrazione non più sostenibile, e i privilegi della vecchia classe politica.
Ben pochi dunque hanno preso il toro per le corna, riuscendo a individuare dove davvero stia il problema. Per questo l’unica risposta politica plausibile è la nostra, quella che ha portato alla nascita del PdF come soggetto autonomo.
Il nostro sistema sociale ha infatti un estremo bisogno di restituire centralità alle famiglie, intese non come luogo affettivo ma come primaria formazione sociale. Occorre cioè rimettere le famiglie in grado di pensare a se stesse e a farsi nel contempo costruttrici di futuro. Non necessariamente ricevendo sussidi, anche se basterebbe ridurre alcuni sprechi nel settore dei servizi alla persona (si pensi alle case-famiglia che ospitano i minori sottratti ai genitori naturali), per liberare risorse che potrebbero servire a istituire subito il reddito di maternità. A parte questo, sarebbe urgente tornare a “capacitare” le famiglie, riducendo gli oneri fiscali, regolamentari, burocratici, che impediscono ad esse di fare rete e di essere centrali educative, oltre che sostegni economici ed esistenziali, per ciascuno dei propri componenti.
E soprattutto, bisognerebbe con urgenza ripensare al divorzio facile e incondizionato, per restituire solidità al matrimonio. Se gli italiani sono sempre più anziani, poveri, sfiduciati e nel contempo anche sempre più soli, ciò avviene perché il matrimonio ormai non garantisce più nessuno. I nostri giovani sono costretti a cercare nelle famiglie di origine le risorse per sopravvivere, appoggiandosi sulle spalle dei nonni. Ma se sono impossibilitati a costruirsi da soli il futuro, ciò avviene anche perché non possono più fidarsi di chi dovrebbe costruire con loro un nuovo nucleo familiare.
Così, sono costretti a vivere in un eterno presente, non fanno figli e non diventano a loro volta padri, perché la distruzione della famiglia naturale ha fatto sì che, in un numero impressionante di casi, loro per primi siano cresciuti senza poter contare su una figura maschile di riferimento. Sostanzialmente, poi, è venuto loro meno anche quel padre figurato che nei decenni scorsi veniva individuato nel moloch statalista.
Ma questo i politici e media non lo vedono nemmeno. Preferiscono parlare di diritti individuali che mancherebbero (omofobia, quote rosa, sussidi all’occupazione il più delle volte inutili e umilianti). E invece avremmo soltanto bisogno di più famiglia, partendo, come si è detto, dalla restituzione di un minimo di normatività al matrimonio. E’ infatti inutile far finta di ignorare quello che anche l’Istat ci ha appena confermato, e cioè che meno matrimoni e più divorzi vogliono dire anche meno nascite, più instabilità per il presente, e minori garanzie per un futuro in cui nessun ente nè pubblico nè privato potrà più finanziare l’attuale livello di welfare.
I giovani non si sposano più, ma non tanto perché manchino soldi e prospettive occupazionali, quanto perché – dentro alle famiglie e non soltanto attorno ad esse – è venuta meno quella solidità e stabilità di rapporti che consentiva a tutti di guardare al futuro con meno angoscia. Per questo i nostri ragazzi preferiscono stordirsi con l’illusione di poter vivere solo per le emozioni individuali, schiacciati in una sorta di eterno presente.
Ma come dicevamo, benché questo sia sotto gli occhi di tutti, la politica tradizionale continua a ignorare la questione familiare. Alla peggio, la nasconde dietro la retorica sulla diseguaglianza, sulla mancanza di lavoro e sui diritti che mancherebbero. Infatti, ieri persino ai più alti livelli istituzionali, anche da parte del mondo cattolico, si preferiva concentrare l’attenzione sulla giornata contro l’omofobia. E la triste realtà fotografata dall’Istat era buona al massimo per i servizi dei telegiornali di seconda serata, senza fare cambiare minimamente l’agenda delle principali forze politiche. Davvero Dio acceca quelli che vuole perdere. E per questo è nata, e sta crescendo nonostante il silenzio dei media, la risposta del Popolo della Famiglia.

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La Croce Quotidiano del 19 maggio 2017

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