Per fortuna che c’è il Cardinale Parolin

di De Carli Mirko e Massimiliano Fiorin per La Croce Quotidiano

Per fortuna che c’è Parolin. Le prese di posizione della Conferenza Episcopale Italiana sul tema degli emigranti (e chissà perché ci hanno convinto a togliere la e iniziale, come se si trattasse di una categoria dello spirito e non della triste necessità di uscire dalla propria terra), finora ci hanno portati molto vicino allo sconforto. C’è infatti l’impressione vivissima che i nostri monsignori stiano sempre più facendo, parafrasando il noto detto romanesco, gli statisti con la patria degli altri.
Lo conferma anche l’ultimo intervento sul punto del monsignor Galantino, segretario CEI, che non ha perso nemmeno questa occasione per tacere, lanciandosi in una campagna che vorrebbe venire in aiuto della libertà di emigrare di coloro che cercano in Europa migliori condizioni di vita. La frase “aiutarli a casa loro” secondo Galantino, non avrebbe dunque senso, se non si dice “come e quando e con quali risorse precise”. Come a dare per scontato che le risorse debbano essere le nostre, quelle che tra l’altro potrebbero anche essere impiegate per l’aiuto di oltre un milione e mezzo di famiglie italiane che, secondo l’Istat e nell’indifferenza CEI, sono oltre la soglia di povertà assoluta. Ma Galantino guarda lontano, anche troppo, e dunque si preoccupa di dirci che l’aiutarli a casa loro “rischia di non bastare e di essere un modo per scrollarsi di dosso le responsabilità”. “Noi” – ha aggiunto l’ineffabile segretario generale della Cei – “abbiamo pertanto lanciato la campagna ‘liberi di partire – liberi di restare’, con 30 milioni di aiuti concreti finanziati con soldi dell’otto per mille”. Dunque, soldi delle tasse degli italiani, anche di quelli che a casa loro, cioè a casa nostra, stanno diventando sempre più liberi di non arrivare a fine mese. È evidente che trenta milioni di aiuti a pioggia alle popolazioni terzomondiali che premono sui nostri confini marittimi serviranno assai a poco, se non a facilitare la voglia di fare il salto verso l’Europa. Ma i nostri nuovi poveri, quelli che dovrebbero davvero essere aiutati a casa loro, sono troppo vicini a noi per interessare chi guarda lontano, oltre il mare, come fanno gli ineffabili prelati CEI. Per questo, dicevamo, meno male che c’è il Segretario di Stato monsignor Pietro Parolin, che finalmente ha detto con chiarezza che il discorso di aiutarli a casa loro ha invece “una sua profonda validità”. Anche perché, aggiungiamo noi, se non fosse valido difficilmente Renzi lo avrebbe cancellato dal suo profilo Facebook. Sembra dunque che, come altre volte accaduto nel passato, la Segreteria di Stato vaticana, più vicina ad una visione globale dei problemi, affinata dall’esperienza diplomatica e dalla responsabilità che le è propria, si stia dimostrando all’altezza della situazione molto più di quanto non facciano i vertici ecclesiastici italiani. Questi ultimi, infatti, sono troppo condizionati dall’8 per mille e dalla conseguente esigenza di proporre una spesa “politica” secondo i desiderata del governo. Tanto è vero che lo stesso Galantino, come detto dianzi, ha fatto capire che tutto il suo progetto pro immigrazione verrà finanziato proprio con i fondi che in definitiva provengono dalla tassazione degli italiani. Chissà dunque come saranno contenti questi ultimi, specie i fedeli cattolici. Di essi possiamo dire che – nel silenzio – si stanno sempre più allontanando dalla sintonia con la Chiesa ufficiale, anche e soprattutto per queste posizioni demagogiche. In realtà, dalle parti della CEI e forse anche in alcuni ambienti vaticani, è sempre più inascoltato il concetto elementare per cui non si può fingere che i confini, i limes, siano una invenzione e non appunto un “limite” da rispettare. Esiste un certo universalismo cattolico che induce a pensare che tutto ciò che viene diviso da un confine sia per ciò stesso illegittimo. E invece, proprio adesso sarebbe il momento di recuperare una piena consapevolezza di quanto sia miope e provinciale questa posizione. Un’immigrazione incontrollata e indiscriminata, quasi che si trattasse di un gioco a somma zero, per cui basta togliere qualcosa a chi sta meglio per stare bene tutti quanti, è di un infantilismo che non possiamo più permetterci. Abbiamo bisogno di interpreti realisti del Vangelo, dal quale discende la dottrina sul bene comune, che esiste proprio per essere applicata nelle circostanze concrete della vita politica, dove i problemi sono complessi e le persone e le istituzioni non sono mai uguali. Proprio per questo in politica non è mai possibile ridurre il messaggio del Vangelo a un coacervo di frasi fatte su bontà e uguaglianza. Perché proprio il Vangelo, per un politico cristiano, è la principale scuola della concretezza e del senso dell’opportunità che servono per affrontare questi problemi con autentica capacità di fare giustizia. Meno male, dunque, che alla Segreteria di Stato, dove si è più raffinati e consapevoli dell’importanza della. diplomazia internazionale per risolvere le grandi questioni, c’è ancora qualcuno che lo comprende. E che lo può spiegare. Speriamo quindi, ancora una volta, che in futuro anche le prese di posizione della Chiesa italiana tornino a essere dettate da una visione autenticamente globale dei problemi, superando demagogie e semplicismi di basso conio. Da troppo tempo questo non avviene, e quindi non possiamo fare altro che salutare come una ventata di aria fresca l’intervento – da oltretevere – del cardinale Pietro Parolin.

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