Contro il chiasso sullo ius soli

di Mirko De Carli e Massimiliano Fiorin per La Croce Quotidiano

Alla fine, se vogliamo parlare di politica, come al solito aveva ragione il Principe. No, non intendiamo quello di Machiavelli, bensì il Principe de Curtis, in arte Totò, che continua a non passare di moda, specialmente riguardo alle sue battute sull’attualità. Ogni limite ha una pazienza, diceva per l’appunto il Principe, vestendo i panni del commissario Saracino (Totò contro i quattro, 1963). E questa grande verità torna alla mente ancor oggi, rileggendo le ultime parole di monsignor Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara e già direttore della fondazione Migrantes.
Quest’ultimo ha commentato l’inglorioso stop al disegno di legge sullo ius soli con parole insolitamente sferzanti per un prelato. Infatti, Perego se l’è presa a morte – che originalità – con i nostri parlamentari di ogni colore, tutti riuniti nell’unico calderone che, se non fosse per ragioni di political correctness, potremmo raffigurare come quello attorno al quale ballavano le tribù di cannibali, in attesa di pasteggiare con le carni bianche di esploratore in sahariana.
«La classe politica si inchina ai prepotenti», ha dunque tuonato il monsignore, senza chiarire più di tanto chi sarebbero di preciso i cattivi, e di conseguenza chi starebbe recitando la parte dei buoni che subiscono la prepotenza. Del resto, per restare nel ricordo di un grande improvvisatore come Totò, il canovaccio della commedia è noto, e che si tratti sempre e solo di presunti soprusi verso gli immigrati, almeno a sentire i campioni del terzomondismo, lo avevamo già ampiamente intuito.
Tant’è che Laura Boldrini, un altro soggetto che in questi anni ha messo a dura prova la pazienza degli italiani, che stanno contando i giorni che mancano alla fine della legislatura anche per sapere quando potranno sperare in un presidente della Camera più rappresentativo di quel che resta della nazione, se ne è uscita con un commento allo stop dello ius soli molto simile a quello dell’ineffabile monsignor Perego.
«Così si alimenta rabbia, risentimento, senso di esclusione», ha infatti dichiarato la Boldrini, senza precisare nemmeno lei chi sarebbero gli esclusi, ma facendo chiaramente capire che c’è qualcuno in Italia che si sta sentendo sempre più autorizzato a reagire con le maniere forti.
E qui appunto sorge la questione del limite alla pazienza. Chi la sta perdendo? A dire il vero, tra questi un pochettino ci siamo anche noi, nel nostro piccolo, che ci chiediamo cosa stia davvero succedendo nella Chiesa italiana, e fino a che punto essa potrà continuare a ignorare le ragioni dei fedeli, diciamo così, aborigeni, che si sentono sempre più trascurati da chi invece dovrebbe essere il più antico e sicuro garante delle loro tradizioni.
Ma noi contiamo (per ora) alquanto poco. Piuttosto, se i più autorevoli esponenti del pauperismo nostrano stanno cominciando a parlare di soprusi e prepotenze che prima o poi grideranno vendetta, vuol dire che anche qui in Italia si sta prospettando all’orizzonte lo scontro che obbligherà ciascuno a prendersi la responsabilità di decidere da che parte stare.
Lo ius soli infatti, a ben vedere, dovrebbe riguardare unicamente i piccoli immigrati, le cui famiglie sono già sbarcate da tempo nel bel paese, e di solito questi vengono dipinti come ansiosi di integrarsi, e non certo in preda al risentimento. Dunque, già da questo si capisce che nella testa delle Boldrini e dei suoi omologhi in tonaca sta frullando qualcosa di diverso.
Ma non è la sola questione, o comunque non la più urgente, visto che essa riaffiorerà solo quando dovremo davvero confrontarci anche in Italia con le delizie del multiculturalismo, che già stanno venendo scontate nel resto d’Europa. Per il momento tuttavia noi abbiamo problemi più urgenti, che fanno da base a quelli che verranno.
Proprio in questi giorni, infatti, è la stessa Onu ad ammettere che a premere sulle frontiere mediterranee potrebbero esservi, solo dall’Africa, fino a venti milioni di aspiranti emigranti. Ed è qui che viene nuovamente in aiuto la saggezza del Principe de Curtis. Perché noi aborigeni siamo sempre più impazienti e vicini ad esplodere, ma è vero anche il contrario. E cioè, che esiste pure un limite che ha bisogno di testare fino a che punto possa contare sulla pazienza della gente.
Limite, cioè in qualche misura confine, o limes, come dicevano gli antichi latini che non a caso lo consideravano sacro e che hanno trasmesso al cattolicesimo, oggi sempre più alla deriva istituzionale, il senso della necessità di difenderlo.
Riguardo alla questione dello ius soli, che a ben vedere non è completamente diversa da quella relativa all’ondata migratoria in corso, si confrontano due visioni della società. Da una parte il mondialismo pauperista che sembra essere stato sposato da una parte notevole del ceto intellettuale cattolico, soprattutto italiano. Dall’altra, come dicevamo, la questione del limite, della difesa del confine e dell’identità di una nazione che continua essere abitata da gente che osserva sgomenta quello che succede.
Questa gente, composta di persone come noi, è sempre meno convinta di avere meno bisogno di aiuto, economico ma anche psicologico, di quanto non ne abbiano gli emigranti, specie quelli più diversi per cultura e religione (aspetto del quale gran parte della Chiesa italiana sembra deplorevolmente dimenticarsi, come se la religione non fosse affar loro).
Ed è qui che, per l’appunto, la questione del limite si interseca con quella della pazienza. Fino a che punto la gente del nostro Paese potrà sopportare tutto questo? Anche la Boldrini, che non centra mai il punto perché si colloca sempre dalla parte degli altri, ma almeno è sincera, ci sta facendo capire assieme all’ineffabile Perego che sta nascendo una questione di pazienza.
A suo dire, sarebbero gli immigrati a poterla perdere e non i nostri concittadini, anche se a prima vista lo ius soli dovrebbe riguardare solo gente che si è già un minimo integrata nel nostro paese. E difatti, prima della boldrinata che ha fatto eco al piagnisteo del monsignore, sembrava che i figli di questi nuovi lavoratori fossero solo una risorsa benedetta, e che più che un problema dovrebbero rappresentare la soluzione.
Insomma, davvero questa storia dello ius soli che alimenta tensioni sociali sembra un’enormità, che serve solo a spostare l’attenzione dal nocciolo della questione. Ma se a dire certe cose è una come la Boldrini, assieme a un campione di quel terzomondismo nefasto e irresponsabile che si è impadronito della Chiesa italiana come monsignor Perego, allora si capisce come la tensione tra il limite e la pazienza stia avvicinandosi a un punto critico.
Gli italiani disorientati che soffrono per la crisi economica si sentono completamente soggiogati e abbandonati soprattutto su un piano culturale. La dipendenza che sembriamo avere nei confronti dell’immigrazione sembra sussistere soprattutto sul piano del pensiero e del costume. Non è solo questione di pensioni da pagare, che tanto i giovani sanno che a loro non le pagherà nessuno, e che coloro che si preoccupano solo per gli emigranti africani – anche nel clero – hanno già tutti ampiamente maturato il diritto a qualche rendita.
Il focus della questione è invece culturale, perché è sul piano del pensiero, soprattutto riguardo alla spaccatura in corso tra popolo e élite, che si sta manifestando quanto la nostra civiltà sia ormai esangue. È la cultura, prima che l’economia, a sembrare incapace di opporre a questa ondata di manodopera a basso costo, che serve solo per le ragioni del capitale, qualsiasi forma di ordine e di sicurezza.
Lo stesso vale per la politica, non tanto quella dei parlamentari contro i quali se la prende qualunquisticamente il monsignore di Ferrara, ma quella che ancora riesce ad avere presa sul popolo. Non a caso, a proposito di prepotenze, gli unici scontri di piazza che si sono registrati rispetto al dibattito sullo ius soli non hanno riguardato gli immigrati di più o meno recente sbarco in Italia, bensì, a Padova, i gruppettari dei centri sociali contro quelli di Forza Nuova.
Manca il senso del limite, per appunto. E questo sta mettendo a dura prova la pazienza di quel che resta del popolo italiano, che peraltro, stando all’Istat, è tuttora più consistente di quello degli immigrati, visto che le famiglie italiane che soffrono la povertà assoluta per il momento sono più numerose di quelle degli stranieri.
E allora, come dicevamo, il Principe De Curtis anche stavolta aveva ragione su tutto. Rafforzando così la nostra convinzione dell’urgenza di agire con un soggetto politico autonomo che sappia seguire la bussola dell’autentico bene comune. Cosa che la Chiesa italiana riesce sempre meno a fare, essendo appiattita sui luoghi comuni terzomondisti e pauperisti della sinistra. Anche perché, come concluderebbe il medesimo Principe, se non si comincerà a porre subito un argine di buon senso e di buona politica a questo spettacolo incredibile, e poi dice che uno si butta a destra.

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