Una lucidità da non sottovalutare

di Mirko De Carli e Massimiliano Fiorin

L’esperienza non gli manca. Quando Eugenio Scalfari si lancia nelle sue previsioni sul futuro della società, è da sempre una garanzia. Non lo è solo a partire da quando, giunto ad una veneranda età, ha superato ogni remora nel proporsi come maestro di filosofia e di religione, nonostante gli effetti talora comici di certi suoi strafalcioni, tipici del giornalista che si accosta da orecchiante ai gradi più alti della cultura. Scalfari, a dire il vero, era già una garanzia anche quando era più giovane. Negli anni in cui era ancora pienamente operativo, il fondatore di Repubblica già era famoso per la completa inaffidabilità delle sue analisi e previsioni sul futuro. Non solo non ha mai portato fortuna a un politico del nostro paese, rivelandosi un sicuro bacio della morte per tutti coloro rispetto ai quali si azzardava a pronosticare potere e fortuna. A parte questi, anche quando si è lanciato in previsioni di carattere geopolitico ha perlopiù collezionato figuracce storiche. Come quella memorabile in cui, in piena guerra fredda, predisse la imminente vittoria dell’economia pianificata sovietica rispetto al capitalismo trainato dagli Stati Uniti. Eppure, come dicevamo, Scalfari ha comunque un’esperienza, e diremmo pure un certo sesto senso, da non sottovalutare. Quel che dice ha un suo peso, perché difficilmente è pensato soltanto da lui. Al contrario, per tanti aspetti rappresenta la storia, diciamo pure l’autobiografia, di un modo collettivo di pensare. Male che vada, quando proprio non è in forma, gli editoriali del canuto fondatore sembrano la parodia delle idee più conformiste del momento. Ma in generale Scalfari è sempre un affidabile segnale rivelatore della più genuina forma mentis della nostra sinistra. A volte, è la banalizzazione più fedele del pensiero dominante della nostra modernità. E lo è stato anche in quest’ultima occasione, dove ha dato il meglio di sé. Parliamo dell’editoriale dell’Espresso di quest’estate, in cui si è lanciato in previsioni sul futuro dell’Africa e quindi sulla formazione nel nostro continente europeo di un “meticciato mondiale” che la sinistra dovrebbe favorire. In breve, testualmente, la sua analisi sulla futura Europa è questa: “si profila come fenomeno positivo il meticciato, la tendenza alla nascita di un popolo unico, che ha una ricchezza media, una cultura media, un sangue integrato. Questo è un futuro che dovrà realizzarsi entro due o tre generazioni e che va politicamente effettuato dall’Europa. E questo deve essere il compito della sinistra europea e in particolare di quella italiana”. Ecco, anche a leggere tutta quanta l’analisi geopolitica che nell’editoriale scalfariano precedeva questo inquietante programma, si potrebbe pensare a un comune delirio senile. Ma difficilmente possiamo negare che ci sia una logica e un fondamento nelle parole sopra riportate. Come dicevamo, l’esperienza è indubbia, la matrice culturale è sicura, e quindi nel programma tratteggiato da Scalfari non ci può essere qualcosa che solo lui vede. Troppa la frequentazione del potere intrattenuta dall’anziano fondatore di Repubblica nella sua vita, e anzi troppo evidente il suo amore per i poteri forti mondiali, per pensare che le sue parole non trovino rispondenza nelle intenzioni di qualche entità collettiva che davvero conta. Non si tratta soltanto dei vaneggiamenti senili di chi, come ogni vecchio che torna bambino, ritrova nella sua mente i ricordi giovanili. Nella fattispecie, magari, quelli di avere scritto su Roma Fascista, settimanale degli universitari del suo tempo, in difesa dell’italianità e di quei valori che “sono basati sul cardine di razza escludendo perciò l’estensione della cittadinanza da parte dello Stato Nucleo alle altre genti”. In realtà, l’ideale che Scalfari tratteggia sia pure in modo sballato ci dà la misura di quello che veramente la sinistra pensa e vuole, riguardo al fenomeno epocale della migrazione. E non solo la sinistra nostrana, che sulle grandi visioni geopolitiche si limita a inseguire, ma proprio tutta la sinistra internazionale. Quella che ormai sembra lanciata in una santa alleanza con la finanza e la massoneria per realizzare un nuovo ordine mondiale. Ciò che si vuole costruire per la futura Europa è l’attuazione effettiva dell’ideale dell’uomo sradicato, senza più appartenenze ideali, non solo di razza ma anche di nazione e quindi di cultura, che come tale si rende completamente disponibile per le esigenze della produzione del consumo. Un uomo programmato anche numericamente fin dalla nascita, in modo da ridurre i rischi di eccedenza rispetto alla domanda dei mercati. Un uomo predeterminato anche nell’età della sua futura morte, per evitare che debba gravare preparare troppo sui sistemi sociali e sanitari. Insomma, un ideale di uomo che, privato di ogni riferimento religioso, morale, familiare e comunitario, può lavorare e consumare a comando, in modo ottimizzato, senza causare disordini né contraddizioni, risolvendo così alla fonte certi problemi altrimenti insolubili per i governanti. Ecco, non si può pensare che siano estranei a questo ideale individualista, anche se non sempre ne sono consapevoli, i politici della sinistra mondiale a tutti i livelli. E spesso non solo loro, perché abbiamo visto anche con esempi recenti come una certa cultura di stampo conservative, alla anglosassone, condivida le stesse pulsioni di organizzazione del nuovo ordine sociale. Negli apparenti vaneggiamenti di Scalfari, si può ritrovare la lucidità visionaria di certi sogni degli anziani malvissuti, che – in questo caso, parlando di razze, di popoli, di culture, di formazione “progressiva” di una società che si vuol sempre organizzata dall’alto e tesa verso un qualche sole dell’avvenire – sanno perfettamente di quale pasta sia fatto il loro sogno, e non rinunciano a tenerlo vivo per chi verrà dopo di loro. Non sottovalutiamo quindi la previsione e l’invito del canuto fondatore per la sinistra del nostro tempo, perché l’ideale anticipato dal vecchio barbapapà è esattamente quello intravisto dai nostri politici progressisti, così come da certi cattolici internazionalisti ormai dimentichi delle loro radici. Ed è poi quello che già fu dei marxisti vecchio stile, che avevano tanti limiti e sono responsabili di tanti orrori, ma non disprezzavano le visioni profetiche. La loro idea è un po’ sempre quella. Trasformare cioè il bisogno dei disperati che lasciano la loro terra, nuovi proletari senza bandiera, in un’opportunità di ricostruire completamente il modo di essere delle nostra società, trasformando il nostro tessuto economico e produttivo in modo da lasciare spazio a un uomo nuovo, assai più docile rispetto ai loro piani di quanto non lo sia mai stato l’europeo reale. Anche perché quest’ultimo, si sa, ha un’antica educazione alla libertà e alla fede in un Dio che rispetta i diritti naturali dell’uomo. Un impiccio per tutti gli apprendisti stregoni della politica, così come rispetto ai finanzieri davvero potenti, e agli idealisti di cultura massonica che sono in odore di diventarlo.

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