Inno alla disputa. Con Aldo Maria Valli contro i falsi miti del dialogo

di Mirko De Carli

“Se il tuo occhio ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo lontano da te”. E, con questo, Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio. Proprio per questo, i cristiani agiscono secondo massima giustizia quando vi combattono, perché voi avete invaso delle terre cristiane e conquistato Gerusalemme, progettate di invadere l’Europa intera, oltraggiate il Santo Sepolcro, distruggete chiese, uccidete tutti i cristiani che vi capitano tra le mani, bestemmiate il nome di Cristo e vi adoperate ad allontanare dalla sua religione quanti uomini potete. Se invece voi voleste conoscere, confessare, adorare, o magari solo rispettare il Creatore e Redentore del mondo e lasciare in pace i cristiani, allora essi vi amerebbero come se stessi”. Queste le parole di San Francesco d’Assisi rivolte al Sultano d’Egitto Malek Al-Kamel nel lontano settembre del 1219. Oggi la figura del santo patrono d’Italia viene commemorata come icona di pace e di dialogo (storica la “marcia della pace” che parte da Perugia e arriva ad Assisi) anche se, leggendo quanto detto dal Santo, sorge spontanea una domanda: quale pace, quale dialogo? Bene ha fatto oggi, dalle colonne del suo blog, Aldo Maria Valli ad affrontare l’epocale questione del senso della parola “dialogo”.

“Oggi «abbiamo a che fare con un’inflazione del dialogo. Si vuole “aprire un dialogo” con ognuno e possibilmente con tutti… Non è tanto importante l’argomento che trattiamo; è più importante la relazione che intessiamo nel dialogo. Il percorso è la meta». Questa critica del dialogo ecumenico fine a se stesso, coltivato come un bene in sé, al di là della questione su cui si dialoga, non arriva da qualche rappresentante del conservatorismo cattolico. Anzi, l’autore non è nemmeno cattolico. Si tratta infatti di Jürgen Moltmann (Amburgo, 1926), il teologo evangelico già docente a Tubinga e autore del celebre «Theologie der Hoffnung», «Teologia della speranza», del 1964. «In passato – scrive il novantunenne Moltmann dall’alto della sua lunga esperienza – la gente si lamentava della voglia di litigare che avevano i teologi (“rabies theologicorum”); oggi la teologia è diventata una faccenda talmente innocua che difficilmente trova ancora pubblica considerazione».

Valli, richiamandosi a Moltmann, rilancia una grande questione (che sta alla base della falsa ideologizzazione della figura di San Francesco proponendolo come “santo pacifista”): il dialogo è lo strumento o il fine? E l’oggetto del dialogo e il dialogo stesso o la Verità? Mi capita spesso, durante le mie conferenze in giro per la penisola, di disquisire col pubblico presente sui concetti di Verità e Unità: solertemente amo ripetere che la Verità divide tra il bene e il male e ciò che unisce è l’obbedienza a ciò che è vero non l’unità in sè.

E Valli, nella sua analisi, conferma questo: “Moltmann è esplicito nel suo elogio della disputa: «Dobbiamo imparare nuovamente a dire di no. Una controversia può portare alla luce più verità di un dialogo tollerante. Abbiamo bisogno di una cultura teologica della disputa, condotta con risolutezza e rispetto, per amore della verità. Senza professione di fede la teologia è priva di valore e il dialogo teologico degenera in puro scambio di opinioni». Più chiaro di così l’anziano teologo evangelico non potrebbe essere, ed è significativo che la sua rivalutazione della disputa, contro l’inflazione del dialogo, arrivi proprio nell’anno in cui, tra molteplici inni al dialogo e ben poca attenzione per la questione della verità, si celebra il mezzo millennio dalla Riforma. «Comunione e verità non procedono più di pari passo?», si chiede Moltmann.”

Il problema dunque non è il dialogo in quanto tale ma l’oggetto per cui si dialoga e da cui si genera il fine del dialogo stesso: leggendo le parole di San Francesco al Sultano d’Egitto si comprende bene quanto l’intenzione del poverello di Assisi fosse quella di convertire (rivolgere, piegare) la forza islamica al rispetto dei cristiani e non alla loro persecuzione. Senza questo “amore al Vero” nessun dialogo sarebbe stato possibile.

Qual’è quindi il problema odierno? Lo spiega ancora una volta Valli: “«C’è anche l’evidenza – commenta Silvio Brachetta su «Vita nuova», il settimanale cattolico di Trieste – della scomparsa della via di mezzo: le discussioni odierne possono essere dialoghi o polemiche. Quasi mai c’è un dibattito costruttivo, per la dimostrazione di un qualcosa. Si assiste ad incontri rilassati, a basso contenuto scientifico; e si oscilla tra qualche considerazione in serenità o all’impeto eristico di chi cerca di avere ragione con foga. In genere si preferisce il monologo, perché ha il pregio di non dover essere dimostrato a tutti i costi: l’interlocutore non deve fare la fatica di controbattere, ma oppone semplicemente un altro suo monologo».

La spiegazione perfetta di questa analisi la troviamo declinata dalla tragica vicenda di Charlie Gard. Sempre Valli: “L’argomentazione di Fontana è cristallina e non avrebbe bisogno di ulteriori spiegazioni, ma è l’autore stesso ad attualizzare il tutto con un riferimento a una vicenda che ha causato tanto dolore: «Nei giorni scorsi abbiamo assistito alla tragedia del piccolo Charlie Gard. Gli uomini di Chiesa sono arrivati in ritardo, hanno balbettato cose diverse, il quotidiano “Avvenire” ha deviato l’attenzione dai temi veri e ha detto l’opposto di quanto aveva detto nel 2009 per Eluana Englaro. Non siamo più in grado di confessare insieme nemmeno i principi elementari della legge morale naturale e nemmeno i dieci comandamenti. Su molte cose lasciamo che sia la coscienza a discernere. Alla Chiesa del con-venire manca sempre di più su cosa e Chi convenire, se sul Cristo della fede o sul Logos che rivela la verità perché è la Verità».

Ecco il punto: su cosa si dialoga? Il richiamo di Valli (citando Stefano Fontana) alla Ecclesiam Suam di Paolo VI ci offre un’opportunità maggiore di comprensione: “Tuttavia Papa Montini nel documento non dice che il dialogo ha valore in sé, ma che occorre dialogare per convertire, e sebbene Romano Amerio, in «Iota Unum», parli di equazione incoerente e impossibile «tra il dovere che incombe alla Chiesa di evangelizzare il mondo e il suo dovere di dialogare col mondo», bisogna ricordare che Paolo VI esalta il «dialogo della sincerità» e, a proposito di ecumenismo, precisa: «Noi siamo disposti a studiare come assecondare i legittimi desideri dei Fratelli cristiani, tuttora da noi separati» perché «nulla tanto ci può essere più ambito che di abbracciarli in una perfetta unione di fede e di carità», però «dobbiamo pur dire che non è in nostro potere transigere sull’integrità della fede e sulle esigenze della carità». Paolo VI non esita nemmeno a mettere in guardia dal relativismo, eppure la sua enciclica è stata abbondantemente utilizzata in senso relativistico”.

Troviamo conferma di tutto questo nelle derive relativistiche, tese ad usare in modo strumentale l’idea di dialogo, accadute durante questa estate: l’esaltazione da parte di Mons. Paglia della figura di Marco Pannella, la conferenza tenutasi nella chiesa di Ronco di Chiossato a Biella con ospite Emma Bonino e la perdurante ipocrisia sull’analisi degli attuali flussi migratori. Questo episodi portano i promotori di queste iniziative a giustificarsi davanti a critiche e polemiche con la parola dialogo. Ma quale dialogo e per cosa? La risposta stenta ancora ad arrivare.

Credo che sia giusto ed estremamente attinente quanto proposto da Valli: “chi ha a cuore la questione della Verità dovrebbe far sua la proposta di Moltmann e rivalutare la disputa, lo scambio vivace di opinioni, la controversia che mette sul tavolo ragioni diverse”.

Peccato che oggi ciò che scarseggia è la ragione. E come ci ha insegnato Papa Benedetto XVI una fede senza ragione non è una fede pienamente compiuta, e quindi non è pienamente umana.

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