Quel cambiamento che è già tra noi. Riflettendo sulle parole di Mons. Ghirelli e Seccia

di Mirko De Carli e Massimiliano Fiorin

Ogni cristiano che frequenta davvero le scritture, non può rimanere indifferente al famoso appello contenuto sul finale della prima lettera ai Tessalonicesi. Prima di salutare i discepoli, l’apostolo delle genti aveva infatti raccomandato loro di “non spegnere lo spirito e non disprezzare le profezie”, esaminando ogni cosa e trattenendo ciò che buono (1Ts, 5, 19-21).
Si tratta di un invito che nella storia del cattolicesimo contemporaneo è stato variamente interpretato, ma è stato sempre tenuto ben presente. A volte esso ha portato a arbitrarie interpretazioni dello “spirito dei tempi”, ma è anche stato alla base di generose e prolifiche intuizioni.
Nel corso di quest’ultimo anno, noi del Popolo della Famiglia ci siamo per l’appunto abituati a scrutare, purtroppo con necessario disincanto, le varie dichiarazioni che provenivano dalla Chiesa cattolica, rivelandone lo spirito profetico – o talvolta l’assenza dello stesso – riguardo ai tempi presenti. Senza aspettarci troppo, abbiamo a lungo cercato di capire quanto ancora sarebbe mancato al riconoscimento del nostro sforzo nella politica. E stiamo tuttora attendendo la fine della congiura del silenzio quando non del fuoco amico.
Ecco, a parte quel che riguarda noi del PdF, ci sono precisi segnali che fanno capire che qualcosa stia probabilmente cambiando, già da quest’estate, nello sguardo della gerarchia ecclesiastica nei confronti della realtà sociale italiana. Vaticanisti bene informati assicurano che, nei giorni scorsi, ci sarebbe stato addirittura un incontro segreto tra Papa Francesco e il premier Gentiloni, nel quale sarebbe stato pattuito una sorta di via libera della Chiesa, nei confronti della nuova linea del governo sul contrasto all’immigrazione clandestina.
Comunque sia, si può notare che su questi temi sociali e non solo, sia in corso un cambiamento. Il nuovo presidente della CEI, cardinale Gualtiero Bassetti, ha di recente pronunciato dichiarazioni che sembrano mettere in riga i vescovi italiani, rispetto agli squilibri che si sono verificati negli ultimi anni. Non soltanto rispetto alla questione dei migranti, ma anche su tutti gli altri principali temi sociali e etici del momento. Ne abbiamo già dato conto in precedenti nostri articoli, esprimendo sincera approvazione per gli inviti del cardinale Bassetti a ritrovare equilibrio e visione unitaria. Soprattutto, ci è sembrata imprescindibile la sua esortazione a non schiacciare lo spirito profetico della Chiesa sulle questioni sociali e economiche, fingendo di dimenticarsi come nel nostro tempo queste ultime siano inscindibili da quelle etiche e antropologiche.
E poi, si è già visto come negli ultimi tempi monsignor Pietro Parolin, da parte della Segreteria di Stato, abbia voluto mettere anche lui qualche puntino sulle i, rispetto a quella che negli ultimi anni era sembrata l’incontrastata linea galantiniana. Bene, da ultimo dobbiamo notare che certi segnali si stanno moltiplicando, anche se il più delle volte sono ancora sottotraccia. Non si tratta più dei soliti pochi vescovi non allineati, quelli che già conoscevamo da tanto tempo e che per primi erano venuti allo scoperto con le loro dichiarazioni controcorrente.
Ad esempio, nei giorni scorsi c’è stato pure un prelato di solito poco appariscente, come monsignor Michele Seccia, vescovo di Teramo, che ha richiamato tutti i cattolici italiani a ritrovare un impegno sociale e politico di carattere unitario, nel nome della dottrina sociale della Chiesa. Non ci è sembrato il solito appello del mondo clericale, quello che solitamente arriva in prossimità delle elezioni, quando alcuni circoli ben introdotti, che si sentono deputati a interpretare il pensiero unico dei cattolici, cercano di farsi tirare la volata dai loro tradizionali fiduciari (ogni riferimento ad ambienti tipo comunità di Sant’Egidio, o ai soliti circoli progressisti alla Alberto Melloni, è puramente voluto).
No, stavolta gli inviti come quelli di monsignor Seccia ci suggeriscono che davvero, da parte della gerarchia ecclesiastica italiana, cominci a esserci voglia di una nuova chiarezza. Sembra che da parte dei vescovi si stia sentendo il bisogno di rompere il silenzio e le ambiguità degli ultimi anni, mostrando se stessi come guide autorevoli e soprattutto come una voce nuovamente forte e unitaria, dal punto di vista della riproposizione della dottrina sociale.
Troppo spesso negli ultimi anni abbiamo visto scomparire dal dibattito politico e culturale qualsiasi residua traccia dell’antropologia cristiana, che si è resa poco distinguibile anche perché coloro che avrebbero dovuto ispirarsi ad essa hanno fatto di tutto per ridurla ad una sorta di generico senso della socialità. Ma ora per l’appunto sembra che il vento stia iniziando a cambiare.
Ce ne ha appena dato prova anche il vescovo di Imola, monsignor Tommaso Ghirelli, che nel giorno della festa del locale patrono ha preso dal pulpito una posizione chiara e inequivocabile, riguardo all’impossibilità di confondere qualsiasi formazione sociale con il matrimonio tra uomo e donna, che dà vita a una famiglia. Parole che dovrebbero essere scontate, ma che in questa epoca di accoglienza e discernimento un tanto al chilo, troppo a lungo non abbiamo più sentito risuonare negli interventi dei pastori.
Monsignor Ghirelli, restando pienamente nell’ambito pastorale e senza offendere nessuno, dopo aver richiamato il rispetto dovuto a ogni persona, ha anche richiamato tutti alla consapevolezza di come non si possa essere indifferenti rispetto alla deriva antropologica in atto. Quest’ultima tra l’altro contraddice quello che, a detta del vescovo di Imola, rimane parte ineludibile del buon senso radicato nella popolazione.
Del resto, è innegabile che anche una certa deriva “sociale” sembra avere pervaso negli ultimi anni la Chiesa italiana. I sostenitori di un antico progressismo, che si credeva obsoleto, si sono convinti che fosse veramente tornato il loro momento, e quindi sono venuti allo scoperto rompendo tutti gli argini. Ora, è probabile che da parte di altre più solide e equilibrate componenti dell’episcopato, nell’ultimo periodo, ci si sia resi conto che questo atteggiamento ha soltanto disorientato e allontanato i fedeli.
Anche riguardo alla politica, abbiamo la sensazione che si stiano per sdoganare certe nuove esperienze e sensibilità, che fino a ieri venivano sistematicamente ignorate dai pastori, facendo anzi il possibile perché il popolo dei fedeli non ne avesse conoscenza nemmeno dalla stampa cattolica.
Il frutto dell’ambiguità degli ultimi anni è stata anche la crisi dei movimenti cattolici più presenti nel sociale, cioè quelli che Giovanni Paolo II – come già osservato – considerava “coessenziali” per la missione della Chiesa. Pertanto, se davvero siamo alla vigilia di una nuova stagione, speriamo che tutti questi ultimi possano trarne giovamento e ispirazione per ripartire.
Noi del Popolo della Famiglia, quanto sopra detto lo stiamo sperimentando particolarmente in questi giorni di caldo estivo, nei quali stiamo preparando la Festa Nazionale della Croce, che si terrà il prossimo 23 e 24 settembre a Riolo Terme. Abbiamo infatti la sensazione di essere realmente alla vigilia della fine di un oscuramento. Beninteso, nella nostra buona battaglia, come del resto è nell’esperienza di ogni cristiano, la vittoria rimarrà comunque assai lontana e futuribile. Anche perché non sarebbe giammai la “nostra” vittoria, bensì piuttosto quella delle ragioni di Dio rispetto alla città degli uomini.
Tuttavia, pur rimanendo cauti, ci sono buone speranze sul fatto che l’oscuramento e il fuoco amico verso il Popolo della Famiglia stia quanto meno cominciando a diradarsi. Nelle prossime settimane il nostro movimento ricomincerà a giocarsi le sue carte, per essere finalmente considerato dal mondo cattolico italiano per quello che è realmente. Non una meteora, non una presenza velleitaria e inconcludente, ma un nuovo soggetto col quale bisognerà fare i conti, e che come tale merita un minimo di iniziale apertura di credito.

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