Caro Paolo (Gentiloni) identità e dialogo parole vuote senza radici. Dal Meeting ennesimo compromesso al ribasso

di Mirko De Carli

Il Presidente del Consiglio dei Ministri Paolo Gentiloni aprirà oggi il Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione affrontando le grandi questioni contemporanee: flussi migratori e fondamentalismo islamico. In un intervento anticipatorio, inviato a Il Sussidiario, il premier si spinge a spiegare che “in uno scenario così mutevole, tutti noi conserviamo una eredità: un bagaglio di culture, tradizioni, storie ed esperienze che ci contraddistinguono. Immersi nella rapidità dei cambiamenti, abbiamo bisogno di fermarci per cercare, in questo patrimonio, gli strumenti per affrontare le sfide che viviamo”. Un giusto preambolo che approfondisce spiegando come prioritario “non disperdere la propria eredità, ma “riguadagnarla” vuol dire essere capaci di impostare un rapporto con gli esempi del passato, della nostra storia, che non sia basato sul conformismo ma sulla conoscenza. Significa riuscire a usare questo patrimonio come base dalla quale partire per innovare”. Riflessione lucida e attenta che non posso non condividere. Quelle di cui parla Gentiloni amo definirle “radici”, ovvero quelle fondamenta culturali e valoriali che vengono prima della forma di Stato contemporanea e che plasmano quella che viene comunemente riconosciuta come “identità” di un popolo.

Questo patrimonio costruito nei millenni dai nostri avi e arricchito di generazione in generazione oggi può essere davvero la casa entro la quale accogliere i migranti che hanno diritto di essere accolti nel nostro paese. Una casa con un proprio arredamento e delle regole di convivenza condivise e rispettate. Come mi capita quando vado in soggiorno nei paesi dell’est o orientali dove si entra nelle abitazioni togliendosi le scarpe e camminando su gradevoli tappeti che rivestono l’intera pavimentazione. Prima di parlare, confrontarci ed eventualmente “completarci” c’è il rispetto (e la conoscenza) di regole comportamentali frutto di una tradizione millenaria che, anche se non si comprendono appieno, vanno accolte. Altrimenti ogni possibilità di dialogo viene negata.

Solo riflettendo su questo si può comprendere perché non posso condividere la seconda parte della riflessione del premier Gentiloni. Sopratutto quando dice che “noi abbiamo un lascito inestimabile di valori, di idee, di leggi. Sono le basi del nostro vivere in comune e il frutto di tante conquiste alle quali non intendiamo rinunciare. Per custodire al meglio questo patrimonio dobbiamo scegliere il dialogo e l’inclusione. Dobbiamo ricordare, ad esempio, che diventando cittadini italiani si acquisiscono diritti ma anche doveri. E che garantire questa possibilità ai figli degli immigrati nati in Italia è una conquista di civiltà e un modo per valorizzare e arricchire la nostra identità”. L’errore è confondere la cittadinanza come strumento di integrazione anziché consegna ereditaria di un genitore ad un figlio di un diritto “eccezionale” che esso stesso ha ricevuto dal proprio padre o dalla propria madre. Questo passaggio è intrinsecamente legato al concetto di famiglia. Lo ius sanguinis salvaguardia questo legame, lo ius soli trasforma il diritto di cittadinanza in diritto di accoglienza. E le due cose non c’entrano l’una con l’altra. L’unico strumento per integrare la cittadinanza con una corretta integrazione è uno ius culturae temperato in grado di creare nuovi cittadini dai migranti regolari presenti sul suolo italico attraverso un percorso di conoscenza e consapevolezza dei diritti e dei doveri collegati al diritto di cittadinanza e non con l’ottenimento di un pacchetto a scatola chiusa solo perché una legge lo ha sentenziato.

Non è propriamente vero che “il concetto di cittadinanza in un mondo che cambia non va confuso con la mancanza di certezze. Andare verso una società più aperta e multietnica non deve comportare una rinuncia alla nostra sicurezza e ai nostri stili di vita” (cit. Paolo Gentiloni): la società europea è aperta già dal Medioevo e ha sempre dovuto scontrarsi contro ideologie che volevano imporre la loro supremazia partendo da un appiattimento dell’ideale politico all’ideologizzazione religiosa. Il tema del rapporto “fede e ragione”, come più volte ha sottolineato Benedetto XVI, rimane al centro dello scontro millenario tra cultura occidentale europea e altre culture che hanno provato a dominare il nostro continente con la violenza e le armi. Seppur con innumerevoli limiti ed errori come civiltà abbiamo sempre cavalcato le linee guida di valori come libertà e giustizia. E anche quando si commettevano abominevoli tragedie, come ad esempio la tratta degli schiavi, siamo risusciti poi a chinare il capo chiedendo perdono seguendo l’esempio di San Giovanni Paolo II. Quale altra civiltà ha questa coscienza?

Riguadagnare la propria eredità non vuol dire ” garantire sicurezza e protezione e ricordando che il vero progresso è quello che mette al centro la qualità della vita delle persone” caro Paolo Gentiloni: vuol dire, come ci ha insegnato San Benedetto patrono d’Europa, che le differenze che nel mondo sono incolmabili e spunto per violenze continue possono essere accolte solo dentro una unità più grande: quella della fede.

San Benedetto ha testimoniato a pagani e a barbari, e addirittura ai cristiani, che il cristianesimo non è una dottrina astratta ma è una realtà viva documentabile e storicamente incidente: questa è la sfida a cui siamo chiamati in questo Occidente che si sta disgregando perché rinnega ogni sua reale appartenenza.

Solo così il lavoro può diventare sintomo di libertà e di creatività. Altro che il tanto declamato jobs act che sarà tra i temi più gettonati della kermesse ciellina.

Caro Paolo questa è la sfida che ci attende e il Meeting poteva essere un luogo splendido per dialogare su questo. Poteva, appunto.

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