Confutando Vittadini sul Meeting 2017

di Mirko De Carli

Come ogni anno Giorgio Vittadini, Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà, apre l’edizione del Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione con un editoriale teso a spiegare il titolo della kermesse romagnola.

Nell’apertura del suo intervento pone una questione cruciale: il desiderio di bene, di bellezza, di giustizia, di verità “può vincere però nella misura in cui ci chiediamo cosa fa sì che il bene accada, quando accade”. Il richiamo al desiderio è intrinsecamente un richiamo al senso religioso, quella vibrazione del cuore che ognuno di noi serba dentro di sé e alla quale, con grande intelligenza e visione, Don Giussani dedicò una delle sue prime e più grandi opere. Ripartire da questo, in una società che ha il dovere di ritrovare la strada perduta, è sicuramente un fattore decisivo: ma per andare dove? E con chi?

Vittadini si rifà a quella che chiama “varianza” per analizzare lo stato di salute del paese a cui rivolge la domanda in apertura della sua riflessione: “Eppure, si può dire che il modo più adeguato di leggere la realtà italiana è la varianza, perché è quella che legge le differenze, e così mette in luce anche quei fenomeni che accadendo segnano un punto di novità. Per andare avanti, infatti, è a questi che bisogna guardare, a cui va data ragione”. Questo concetto lo chiarisce bene affrontando una delle più annose questioni che attanagliano l’Italia e l’Occidente intero: il deficit demografico.

“Ad esempio, di fronte a uno dei principali problemi strutturali, quello demografico, non è secondario fermarsi e chiedersi: perché tante famiglie fanno figli anche se sono in una condizione più insicura e più povera di altre che invece rinunciano a farli? Oppure, a riguardo dell’immigrazione (oltre a un minimo realismo che porterebbe a pensare che una buona integrazione è un’opportunità), bisognerebbe chiedersi: come nascono e si sviluppano spazi di convivenza pacifica, se non di amicizia e condivisione di progetti di solidarietà, come è avvenuto con gli amici della Casa della Cultura musulmana a Milano o a Portofranco? Esempi come questi, che sembrano marginali, prima di tutto dettano un metodo, ma poi devono far riflettere su come possiamo lavorare per diffonderli”. La varianza quindi viene vista come quello scatto di novità che accade in una data circostanza e che fa saltare all’attenzione la possibilità di uno scarto positivo tra la delusione del presente, la malinconia del passato e l’incertezza sul futuro.

Questo saldo positivo, sempre secondo Vittadini, è possibile alimentarlo solo riaffermando costantemente che “tra le eredità più importanti che ci hanno lasciato i nostri padri – per citare il titolo del Meeting – c’è stata la capacità di risollevare con il loro lavoro un Paese vinto, distrutto, diviso, alla fame. Una svolta può esserci se si inizierà a sostenere chi fa, perché questo potrà creare un “contagio” positivo: le famiglie che fanno figli, chi incrementa educazione e capitale umano, le imprese che investono, innovano, esportano, le imprese sociali impegnate nei più diversi bisogni della popolazione”. La tradizione, quindi, come coscienza presente del nostro essere uomini protagonisti nel tempo e nella storia.

Ora, che ogni attesa è stata ridestata, risulta evidente e necessario tirare le somme su quali tracce seguire per trasferire questo lucido pensiero in azione possibile, probabile. E qui invece Vittadini chiude il suo editoriale senza offrirci alcun spunto, alcun appiglio. Se non un generico e deludente richiamo “a cambiare qualcosa se ci renderemo conto che la crisi dipende innanzitutto da cuori che hanno ridotto il loro desiderio di vivere e migliorare”.

Questo può bastare? No, non credo. Il cuore sente, ascolta ma se non ha uno scatto forte e vivo di ragione da solo non può generare testimonianza.

Caro Vittadini se il cuore desidera generare nuove vite e nuovo lavoro perché le mani e le azioni raccolgono solo morte e disoccupazione? Forse perché la cultura dominante, a cui molta parte di mondo cattolico ha contribuito, ha trasformato la cultura del diritto nella cultura della legalizzazione del desiderio? Credo proprio che questo sia il punto della questione.

Il desiderio senza una presa di coscienza collettiva che diventa azione pubblica non basta. Occorre realizzare quello che Don Giussani chiamava “rischio educativo”: creare un cammino teso a cementare un giudizio condiviso e strutturato della realtà capace non di generare ideologia ma di tradurre gli ideali cristiani in testimonianza concrete.

Un esempio: la dimensione dell’impegno politico. Cielle è passata dall’indicazione di voto verticistica alla libera scelta attraverso un criterio di analisi. Dove consta la differenza? Prima si cercava di dare un giudizio che portava, in un lavoro comunitario, ad una scelta possibile (nella libertà) per tutti. Ora si discute sul metodo per giudicare e poi liberi tutti. Questo arretramento del livello di coscienza comunitaria del giudizio non mi convince e ha portato Cielle a essere sempre più piccola come realtà incidente (al di là degli spot sul Meeting che fanno gola a qualche capo più che agli aderenti veri e propri).

Non è più tempo di un nuovo Movimento Popolare ma è sicuramente il tempo di un Movimento di Liberazione Nazionale capace di contrastare tutto quell’impianto ideologico che nel ’68 portò Don Giussani a rilanciare il Movimento e che, con le sue evoluzioni più abominevoli, ha portato migliaia di ciellini a contribuire alla nascita del Popolo della Famiglia.

Questo è il campo di battaglia caro Vittadini. Come disse Churchill: i tedeschi scavano buche nel nostro giardino mentre noi beviamo tranquillamente il nostro the inglese. A noi il dovere dell’azione. Con cuore, ma soprattutto con ragione.

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