Io non ci sto Padre Pizzaballa: ripartiamo dalla laicità, l’Occidente cristiano non è morto

di Mirko De Carli

Nel suo intervento al Meeting di Rimini padre Pizzaballa (amministratore apostolico di Gerusalemme) — affrontando il tema centrale della kermesse ciellina — parla espressamente di un’eredità dei nostri padri che sta scomparendo e che per riappropriarcene dovremmo perdere “quello che pensiamo di avere”. Il fatto di spogliarci di tutto ciò che ci è stato consegnato da chi ci ha preceduto per accogliere il presente che si dipana è una posizione evangelica che potremmo racchiudere in una parola: conversione. Sicuramente adesso viviamo un tempo in cui occorre mettere in discussione l’eredità ricevuta per riplasmarla con le tracce di futuro che compaiono nell’oggi. Ma siamo sicuri che sia sufficiente per vivere e non subire i processi culturali (e non solo) in atto?

Padre Pizzaballa si accinge già a parlare di società occidentale post-cristiana: “il pensiero cristiano che per secoli e generazioni ci ha accompagnato in un modo o nell’altro non è più all’origine del pensiero comune”. Questo è assolutamente corretto e corrispondente al vero. Ma perché è accaduto?

Per dare una risposta a questa domanda P. Pizzaballa si richiama a una frase centrale dell’Evangeli Nuntiandi di Paolo VI: “La rottura tra Vangelo e cultura è senza dubbio il dramma della nostra epoca”. Questo è il punto ed è anche l’origine di tutte le storture contemporanee. Il cristianesimo al di fuori della realtà non genera testimonianza e quindi, di per sé, tende ad esaurire il suo messaggio: essendo un avvenimento non può che accadere dentro la dinamica di un fatto che ha le forme e i connotati di ciò che comunemente chiamiamo “reale”.

Quando spesso mi è capitato di richiamare l’attenzione della classe dirigente italiana ed europea all’importanza del riaffermare nei trattati costituzionali dell’Ue le radici greco-romano-giudaico-cristiane l’ho sempre fatto consapevole e cosciente che una fede che non si fa cultura non ha futuro. Per farsi cultura occorre che l’ideale cristiano si faccia carne e ritrovi dentro la dinamica dell’umano la sua forza e la sua consistenza (oltre che ragionevolezza). Per dirla con le parole di Padre Pizzaballa: “il tesoro non è un’eredità fatta di valori sublimi, di una buona etica, di una prospettiva di perfezione […] La nostra eredità invece è la Pasqua”.

Ma siamo così convinti che per riaffermare con ostinazione questo occorra partire dall’assunto che il cristianesimo occidentale “non è più determinante nella vita della Chiesa universale” (cit. Padre Pizzaballa)?

No, non credo. Mettersi in discussione non significa elidere le proprie “matrici culturali e identitarie”, bensì aprire le porte ad altre esperienze con la consapevolezza di ciò che di buono si può mettere sul piatto del dialogo. Il cristianesimo ovunque è germogliato si è plasmato con il contesto locale preesistente: per questo in ogni parte del mondo, pur mantenendo lo stesso messaggio evangelico, assume forme di testimonianza e modalità di organizzazione comunitaria diverse. L’occidente con la sua incorreggibile “vocazione cristiana” può e deve ancora essere attore e non spettatore a patto che riscopra, dentro la dinamica della laicità delle istituzioni pubbliche, i valori comunemente chiamanti “diritti dell’uomo” che trovano linfa nell’ideale cristiano. Dal “non possiamo non dirci cristiani” di Benedetto Croce occorre ripartire per affermare che, in una società globalizzata, per essere incisivi non occorre essere “fluidi” bensì “coerenti”.

Coerenti con quello che è sempre stato il grande valore aggiunto della nostra civiltà occidentale: la laicità. Ripartiamo dal riscoprire questo immenso valore figlio della più viva e grande tradizione cristiana e cattolica e saremo davvero in grado di guidare i processi epocali in atto senza bisogno di “bagnare di mondanità” la nostra linfa evangelica.

Questo ha sempre compiuto Don Giussani con coraggio e irriverenza: a noi il dovere di continuare a perseguire questa “impossibile possibilità”.

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