Grazie Card. Parolin. Hai riportato il “giudizio” al Meeting di Rimini

di Mirko De Carli

Tornando dal partecipatissimo Family Di Ortona ho letto con attenzione e interesse l’intervento pronunciato al Meeting di Rimini per l’amicizia tra i popoli 2017 dal Segretario di Stato Vaticano, il cardinale Pietro Parolin. Ho trovato molti spunti interessanti e davvero pertinenti con le sfide contemporanee.

Ad esempio il passaggio in cui si rifà alle parole di Papa Francesco sul “primato del tempo sullo spazio”: “Affermare il primato del tempo sullo spazio significa dare memoria alla vita, permettere «di lavorare a lunga scadenza», aiutare «a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone. È un invito ad assumere la tensione tra pienezza e limite». «Uno dei peccati che a volte si riscontrano nell’attività socio-politica – dice il Papa – consiste nel privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi. Dare priorità allo spazio porta (…) a tentare di prendere possesso di tutti gli spazi di potere e di autoaffermazione. Significa cristallizzare i processi e pretendere di fermarli. Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi» (EG. n. 223). Per dirla alla De Gasperi: il politico pensa alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni. Questa distorsione contemporanea, figlia di una globalizzazione che tende a plasmare l’identità dell’uomo attraverso lo spazio in cui vive e non il tempo entro il quale sviluppa la sua natura, porta alla “dissociazione tra i tempi, togliendo memoria alle cose, apre a spazi nuovi e incontrollati di potere. L’uso scorretto dei social media (tanto per fare un esempio su un terreno fondamentale per la nuova generazione, ma potremmo allargare il discorso anche ad altri campi delle nuove tecnologie), non rischia forse già di creare, nella inevitabile inter-realtà dei sistemi informativi, un sistema di irrealtà o, come è stata chiamata, una post-verità? Quando per massimizzare i profitti si creano algoritmi che selezionano unicamente il potenziale di condivisione sociale e di mercato, senza alcuna verifica della veridicità delle cose, di fatto si è già minata la libertà individuale e si è introdotto il principio pratico che è possibile creare una simil/realtà che ha effetti sociali reali, tendenzialmente diversa o persino contrapposta alla realtà oggettiva. Le conseguenze antropologiche, sociali e politiche sono enormi”. Sempre il Card. Parolin cita un un filosofo sudcoreano (Byung-Chul Han) per chiarire il concetto: “Se si toglie la memoria alle cose «esse diventano informazioni, o anche merci, che vengono spostate in uno spazio temporalmente vuoto, astorico. La registrazione dell’informazione è preceduta dalla cancellazione della memoria … E quando il tempo si frammenta nella mera sequenza dei presenti puntuali perde anche ogni tensione dialettica». Questa conversione del cuore e della mente sta anche a significare una rinnovata “attitudine a conoscere la verità”, per citare Sant’Agostino. Riaffermare il primato del tempo (e quindi di Dio) rispetto allo spazio (l’espressione dell’umano) non può che trovare consistenza nel motto benedettino che ha generato l’architettura su cui si poggia tuttora la natura stessa dell’Europa: ora et labora. Natura che col tempo è stata ahimè sempre più disconosciuta e tradita ma che rimane nel tessuto identitario occidentale, pronta a a rifiorire non appena si riaffermerà una generazione di uomini e donne capaci di riconoscere il primato di Dio e del mistero della persona.

Il tema delle nostre radici si scontra inevitabilmente con la crisi migratoria contemporanea e il Card. Parolin non si tira indietro dal dire la sua in merito: “Se penso che una parte non piccola del dibattito civile e politico in questo ultimo periodo si è concentrata su come difenderci dal migrante! Certo per il potere politico è doveroso mettere a punto schemi alternativi a una migrazione massiccia e incontrollata, stabilire un progetto che eviti disordini e infiltrazioni di violenti, disagi tra coloro che accolgono; giusto coinvolgere l’Europa e non solo essa; lungimirante affrontare il problema strutturale dello sviluppo dei popoli di provenienza dei migranti che, qualora si avvii, richiederà comunque decenni prima di dare frutto. Ma non dimentichiamo, almeno noi, che queste donne, questi uomini, questi bambini sono in questo istante nostri fratelli”. In poche il Segretario di Stato Vaticano riafferma quel binomio che ho posto da tempo come presupposto per lo “ius europae”: diritto a non emigrare e dovere di accogliere chi ne ha diritto. Parolin poi propone una strategia attutiva pratica a questa posizione ideale davvero creativa e interessante: “In nessun settore della vita sociale troveremo un singolo Paese che possa oggi portarsi a una altezza autosufficiente di fronte a un problema globale; né è immaginabile la riduzione dei problemi globali alla misura delle singole Nazioni, per quanto grandi esse siano. La globalizzazione va governata, nei suoi diversi aspetti, regolamentandola sul piano delle relazioni internazionali, secondo una visione che faccia perno sul bene comune. Su questo punto, nel quale sono in gioco i valori più profondi della giustizia e della pace, realtà come gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno un ruolo e una responsabilità decisivi. E troppo spesso ne sentiamo la mancanza… Il tema dell’identità culturale in un modo globalizzato è problema urgente, che tuttavia non può essere affrontato sulla base di una ragione strumentale. La Chiesa cattolica è storicamente sensibile a questo tema. Per questo il magistero post-conciliare ha costantemente insistito sul tema dell’evangelizzazione delle culture e dell’inculturazione della fede. La Chiesa ha il compito di innestare il Vangelo in ogni cultura, esaltando ciò che di vero e di buono in esse si trova ed acquisendone i tratti fondamentali. Pur con sottolineature e preoccupazioni volta a volta diverse, tutti i Papi del post-concilio hanno assunto nel loro magistero questo tratto decisivo in termini sia di rinnovamento delle culture storiche fecondate dal cristianesimo e oggi coinvolte nella crisi, sia di riaffermazione dell’universaiismo intrinseco ai Vangelo. Si pensi in particolare alla Evangelii nuntiandi di Paolo VI (1975) e alla Redemptor hominis di Giovanni Paolo II (1979)”. Ripartire dal grande tempo di una fede che si fa cultura, capace di formare e guidare una nuova generazione di laici cristiani impegnati con spirito missionario nella vita pubblica (in tutte le sue dimensioni)”.

E su questo punto, tante volte rilanciato dagli ultimi pontefici (sin da Paolo VI), il Card. Parolin entra nel merito in maniera davvero suggestiva: “In un tempo come questo, l’amore per il prossimo non può limitarsi ai rapporti per così dire privati, tra singoli. Esso bisogna che torni a realizzarsi nella responsabilità pubblica di ciascuno di noi, nei diversi settori sociali, politici e istituzionali. Il miracolo dell’amore disinteressato, che appare così assurdo alla mentalità di molti nostri contemporanei, deve riprodursi nelle nostre società, neììa nostra storia concreta. il compito sociale e politico va riconosciuto e riproposto anche sul piano educativo sia al singolo cristiano, sia ai singoli gruppi cristiani, a ciascuno secondo le diverse situazioni e competenze. Ve ne è oggi una nuova necessità.
Alla Chiesa come tale va chiesto di rendere credibile il suo amore per gli uomini e le donne di oggi attraverso l’annuncio del Vangelo, il suo stile di vita e il suo esercizio critico nei confronti di ogni assetto sociale e politico. Sì, il suo esercizio critico. Poiché tutto ciò che è umano – come affermava papa Paolo VI nella Ecclesiam Suam – la riguarda. Ci riguarda anche oggi, dal momento in troppi assetti sociali e politici si manifesta la riduzione o la negazione della libertà, l’indifferenza verso la democrazia, la negazione della giustizia. Se non può mai mancare la collaborazione leale della Chiesa ai diversi ordinamenti nella costruzione di una società migliore, essa non può non mantenere la propria “differenza” critica. Tutti i cristiani, anche i pastori sono chiamati ad avere cura nella costruzione di un mondo migliore. «Sebbene il giusto ordine della società e dello stato sia il compito principale della politica, la Chiesa non può né deve rimanere ai margini della lotta per la giustizia» (Benedetto XVI, Deus caritas est n. 28)”. Proprio così: la Chiesa non può esimersi dal suo impegno affinché si affermino i valori evangelici di giustizia, libertà e pace”.

Non possiamo che raccogliere le parole del Card. Parolin con grande convinzione che possano essere semina buona per il campo che da tempo stiamo arando. Se tradurremo questo giudizio in azione comunitaria capace di generare sempre di più la dimensione di popolo allora avremo davvero lasciato una traccia indelebile della nostra presenza nella storia dell’uomo. Quella che certamente i primi Meeting di Cielle hanno lasciato.

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