Rifondare una “cultura europea”. La lezione di Orban per un nuovo popolarismo

di Mirko De Carli

Pochi cronisti ne parlano, forse troppo indaffarati a seguire la comunicazione schizofrenica degli attuali leader europei: Orban, intervenendo in qualità di primo ministro ungherese all’Università Libera di Tusnádfürdő, ha ribadito che “esiste un piano per realizzare un’Europa nelle mani di una popolazione cosmopolita con preminenza musulmana… Circa 27 anni addietro avevamo pensato che il nostro futuro fosse in Europa. Attualmente, noi siamo il futuro dell’Europa”. Un’affermazione in netta contrapposizione con quanto dichiarato dal professore con cattedra in Università Cattolica Farouq in merito a un’identità che si plasma con la persona nell’oggi e non attraverso un legame (che va oltre lo spazio e si afferma nella dimensione del tempo, per citare Papa Francesco) tra generazioni che si abbracciano e non guerreggiano tra loro.

La sfida per il perpetuarsi della “cultura europea” dentro un dialogo continuo con il mondo e le sue forme espressive mutevoli ha necessariamente bisogno, come afferma Orban, di “paesi forti che siano in grado di mantenersi biologicamente. Perchè l’Ungheria abbia un futuro deve mantenere un tasso di fecondità di 2,1 figli per famiglia”.

Eccoci al tema cruciale della natalità: una società che non genera figli è una società che non può avere futuro. Per questo non bastano politiche fiscali capaci di stimolare e incentivare il “metter su” famiglia ma occorre un reale cambio di mentalità: bisogna che i giovani siano educati a “pensare” come una famiglia, “crescere” come una famiglia, “vivere” come una famiglia. Solo correndo questo “rischio educativo”, per citare Don Giussani, la nostra comunità europea potrà riscoprirsi e ritornare a dialogare col mondo con la forza delle proprie radici e non spoglia della propria storia.

Per poter sconfiggere l’Islam politico e le degenerazioni che ne conseguono (il terrorismo) occorre, secondo Orban, un’azione di “mantenimento di un forte senso di identità culturale perché l’immigrazione non apporterà alcuna soluzione ai problemi economici. Cercare di rimediare la scarsezza di mano d’opera mediante l’importazione di immigrati è come se, nel mezzo di un naufragio, ti metti a consumare acqua di mare. E’ anche quella acqua ma il problema lo farà aumentare”.

Non si affronta la crisi del nostro continente sperando e auspicando che nuove popolazioni migranti riescano a raccogliere l’eredità dei nostri padri e la traducano in azione capace di generare futuro e prosperità anche per le giovani generazioni occidentali. I frutti coltivati da chi ci ha preceduto saranno “divorati” ancor prima di essere maturi perché si fonderanno due generazioni che non serbano, nel cuore e nella mente, alcun “bisogno di appartenere” ma solo il desiderio egoistico di un falso e consumistico benessere.

Orban chiarisce poi i contorni delle prossime battaglie: “La sfida nei prossimi decenni è se l’Europa continuerà appartenendo agli europei. Se l’Ungheria continuerà ad essere la terra degli ungheresi, se la Germania continuerà ad essere la terra dei tedeschi, se la Francia continuerà ad essere la terra dei francesi, se l’Italia seguirà ad essere la terra degli italiani”. Un’Europa dei popoli e non delle banche centrali: quello che avevano pensato con passione civile i padri fondatori dell’Unione Europea.

Oggi la strada intrapresa dai governanti europei, sempre a detta di Orban, porterà a
“una Europa scristianizzata, goveni burocratici e senza anima”. Per questo ha concluso il suo intervento dicendo che “da 27 ani pensiamo al nostro futuro in Europa, oggi siamo il futuro dell’Europa”. Appunto, dobbiamo, come europei e come cittadini di ogni singolo stato membro dell’Ue, essere il futuro dell’Europa. Esserlo, non pensarlo.

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