Recuperare la lezione di Martini per la città degli uomini

di Mirko De Carli per La Croce Quotidiano

Riflettiamo oggi sulle sfide del nostro tempo partendo dal discorso che tenne il Card. Martini in Consiglio Comunale a Milano il 28 giugno 2002. Al compimento del suo settantacinquesimo anno di vita ottenne da Papa Giovanni Paolo II la possibilità di ritirasi a Gerusalemme per poter completare i suoi studi biblici, lasciando l’incarico di ArciVescovo di Milano che ricoprì per oltre vent’anni.

In questa occasione salutò i fedeli della diocesi di Milano rilanciando alcuni punti che si sarebbero poi rivelati cruciali per leggere con intelligenza i segni di cambiamento presente nel mondo contemporaneo.

Innanzitutto il Card. Martini parlò della “città come patrimonio dell’umano” in questi termini:
“mai infatti come in questo tempo stiamo sperimentando, più ancora che la forza, la debolezza delle nostre città… Eppure la città è un patrimonio dell’umanità. Essa è stata creata e sussiste per tenere al riparo la pienezza di umanità da due pericoli contrari e dissolutivi: quello del nomadismo, cioè della desituazione che disperde l’uomo, togliendogli un centro di identità; e quello della chiusura nel clan che lo identifica ma lo isterilisce dentro le pareti del noto. La città è invece luogo di una identità che si ricostruisce continuamente a partire dal nuovo, dal diverso, e la sua natura incarna il coordinamento delle due tensioni che arricchiscono e rallegrano la vita dell’uomo: la fatica dell’apertura e la dolcezza del riconoscimento”. Riscoprire quindi il valore dell’identità della comunità attraverso la forma e il tempo entro i quali si esprime la città. Martini si rifà a Sant’Ambrogio per chiarire meglio il suo pensiero: “Ambrogio le caratterizzava secondo la nota formula: “cercare sempre il nuovo e custodire ciò che si è conseguito” (“ut et operibus nova quaerat et parta custodiat”: de paradiso, 4,25)”. Appunto: erigere ciò che viene dopo di noi con le pietre di ciò che è stato costruito prima di noi.

Un tema, quello della città, che non poteva non essere declinato attraverso il rapporto con il diverso. Così ebbe a dire il Card. Martini: “Si evidenzia perciò, oggi come non mai, la difficoltà della gestione della città e del suo governo politico, e può nascere la tentazione di gestire la città limitandosi a tenere separate le parti che in essa convivono mediante una specie di paratie tecniche. Ma così la città muore e soprattutto muore il suo compito di custode della pienezza dell’umano, per cui essa era nata… Invece, proprio in forza della sua complessità localizzata, la città permette tutta una serie di relazioni condotte sotto lo sguardo e a misura di sguardo, e quindi esposte al ravvicinato controllo etico, e consente all’uomo di affinare tutte le sue capacità. Essa è infatti sempre meno un territorio con caratteristiche peculiari, e sempre più un mini-Stato dove si agitano tutti i problemi dell’umano. E’ perciò palestra di costruzione politica generale ed esaltazione della politica come attività etica architettonica. E in più ha dalla sua il vantaggio di una tradizione di identità propria.”.

Per raccogliere questa grande sfida di unire i diversi occorre dunque partire dalle radici di chi ha ricevuto in dono l’eredità della terra dai propri padri: per questo “se si perdono le radici culturali di questa identità e si cerca solo di mantenerne vivi i vantaggi tecnici, si finisce e col perdere l’anima della identità e, alla lunga, anche i suoi vantaggi” ebbe sempre a dire l’allora ArciVescovo di Milano.

Come realizzare tutto ciò? Ecco la soluzione proposta dal Cardinale: “la forza di questa città sta quindi in una solida identità e nella capacità di integrare il nuovo, non solo di contenerlo spazialmente dentro le sue mura. Sembra quasi che questa si alimenti alle radici di Ambrogio che, grande uomo di Dio, aveva saputo imporre il suo modello di intervento alla città antica coniugando rigore e misericordia. Il flagello di Ambrogio -che compare anche nel gonfalone del Comune di Milano- sembra presentare un vescovo che punisce i mali della città. E’ così, ma Ambrogio sottolinea espressamente che il flagello non è solo per la punizione, come la verga che è directa, dura e non si adegua alle singole coscienze, ma è un segno di persuasione (“virga ut corrigat, flagello, ut suadeat” Exp. Luc., IX,21). Esso infatti non disarticola né separa le membra come invece fanno la spada e la scure (ad esempio in Aussenzio, citata nel Sermo contra Auxentium = Epistola, 75A, 17.23). Il flagello produce sì dolore, ma un dolore che ridesta il corpo, invitandolo alla ripresa. La funzione del potere, religioso ma anche civile, è quindi di persuasione che può essere anche dolorosa, non di separazione.”

Persuasione appunto, non separazione: quella visione, prettamente cristiana, di andare oltre gli steccati ideologici e di affrontare i problemi partendo dall’uomo e non dall’idea che una certa società si è fatta sull’uomo. Ciò che io amo chiamare la terza via della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica.

Tutto questo come calarlo nella dimensione dell’azione? Eccone un esempio rilanciato da Martini: “l’invito a creare legami di solidarietà sempre più diffusi (parentele, amicizie, gruppi sociali, gruppi culturali, gruppi ecclesiali, gruppi politici) non è solo uno sfizio di anime belle né la creazione di oasi incomunicanti. E’ l’unico modo per vincere la paura di una impari difesa isolata. Chi si prende cura del bene di tutti può sembrare, apparentemente, più esposto alle ritorsioni di avversari con cui dialoga e confligge, ma, in realtà, si cinge come di una corazza delle adesioni e delle solidarietà che non lo lasciano inerme. Di qui scende la predilezione congenita della dottrina sociale della Chiesa per i valori sociali più che per quelli individualistico-libertari cioè per i valori che permettono le relazioni, non per quelli che concedono all’individuo una libertà il più possibile estesa, ma senza responsabilità”. La famiglia appunto come strumento di accoglienza e base per un meticciato che non cancelli l’identità ma la esalti. A tutto ciò vanno affiancate regole come strumento di dialogo nel “rigore che si fa vigore” per citare Paolo VI: “la ricerca del bene per la città di tutti ha regole proprie di crescita attraverso le quali non si può non passare, pena la perdita della evidenza di tale bene: sono le regole del consenso dei cittadini, stabilite dalle modalità democratiche, e quelle della costruzione del consenso. Non sono pure tecniche o pure metodologie, ma sostanza stessa dell’atto libero di decisione. Esse passano per il convincimento e la pazienza, per la stessa graduazione dei valori, perfino per dure rinunce nel nome di una superiore concordia civile e sempre in vista di un bene più alto. Ambrogio, che non dimentica nella sua funzione episcopale l’uomo politico che fu, sa vedere il valore della disciplina, anche della normatività giuridica e amministrativa; il valore delle strutture di governo, come luoghi in cui si costruisce l’uomo “dei doveri”. Egli comprende l’importanza della gradualità della legge e dell’esempio di chi più può. In ciò egli accoglie la lettura stoica (ciceroniana) del passaggio dall’etica dei doveri all’etica della perfetta virtù, che è disposizione acquisita a fare autonomamente, e non più per direzione eteronoma, il bene. Ma anche nella fase di passaggio tra morale e mistica, Ambrogio insinua, fin dentro le regole e gli sforzi dell’etica, le ragioni del fine unitivo: le regole dell’etica, anche e soprattutto pubblica, impongono all’uomo quei comandi che rispondano alla sua natura e alle sue capacità di azione e di realizzazione di sé. La città può sciogliersi dal freddo compito di accogliere il solo principio della standardizzazione delle regole e di una democrazia puramente formale dove vige l’astratto principio che vuole tutti uguali, anche quelli che per ragioni storiche e di umanità sono profondamente diversi: gli edifici della città -dice Ambrogio- “sono i comandamenti alti e i più alti… divideteli bene [Sal. 47,14], distribuendoli secondo le capacità di ciascuno, a seconda delle possibilità che ciascuno ha di comprenderli con le proprie forze” (“Sunt etiam sublimia et alta praaecepta, in quibus sunt occulta pietatis mysteria et theoremata sermonum caelestium. Haec, inquit, distribuite et pro captu uniuscuiusque dividite, quantum possit unusquisque ingenio proprio comprehendere”: Explanatio psalmi XLVII,24).
La possibilità di vedere, nella città, il volto amico del potere dovrebbe contribuire a promuovere una politica custode di quell’amicizia che in sede civile prende il nome di concordia e che si prende cura non solo di realizzare il programma stabilito con i propri amici, ma del terreno comune che sussiste tra questi progetti e quelli dell’altro, del cosiddetto “nemico” (cit. Card. Martini).

Questa ardua sfida deve necessariamente vedere nei cristiani una forte testimonianza di amore all’umano immerso nella Verità, nella Giustizia e nella Bellezza. Il Card. Martini lo spiego così: “ma qui vorrei anche dire, come vescovo, una parola rivolta specificamente ai cristiani nella città. Per essi l’invito alla ricerca comune della concordia si fa più pressante, in particolare per i politici che amano definirsi cristiani, affinché possano, dentro le varie forze, rappresentare il collante d’una società che sta faticosamente cercando una sua stabilizzazione civile, in quanto essi sono portatori dell’ethos storico più congenito al nostro popolo e più identificante. Noi amiamo immaginare che i cristiani si facciano accogliere negli schieramenti di orizzonti valoriali differenziati sia per ciò che rappresentano di storia sia per ciò che garantiscono di sfondamento delle rigidità delle singole forze e di comunanza con tutti. Che venga loro tributato un pieno riconoscimento civile proprio in forza di una loro sensibilità comunionale e della connessa capacità di fungere da elementi che preservano una cittadinanza ancor fragile e conflittuale dalle cadute nell’irrigidimento contrapposto. Il cristiano oggi nella città deve interpretare quindi l’alto compito storico di creare un tessuto comune di valori su cui possa legittimamente trascorrere la trama di differenze non più devastanti. E questo sia in zone proprie di riflessione e di traduzione antropologica dei propri valori di fede (e una operazione come questa potrebbe genuinamente interpretare almeno alcuni aspetti del progetto culturale della Chiesa italiana) sia facendoli sbocciare dentro i luoghi della diverse appartenenze politiche, dimostrando che ci si può occupare a pieno titolo, da cattolici, dei problemi di tutti, non solo con una attenzione confessionale”. Non risparmia dunque anche la dimensione politica della vita di un cristiano invitandoci a “non vedere affinità con la concezione cristiana in una politica che isola i contendenti e li fa confrontare tra di loro solo nel momento elettorale. Amiamo pensare che sia possibile una politica che, pur nel rispetto di ruoli e responsabilità diversi, sia perennemente dialogica, perché vige in essa la regola del consenso che, nemmeno esso, è un dato solo elettorale, ma di cui il potere continuamente ha bisogno per legittimarsi”. Una testimonianza politica capace di proposta pronta a misurarsi con le regole della democrazia che poggiano sulla dinamica del consenso, appunto.

Dovremmo essere tutti stimolati, come disse Martini, a promuovere “la politica attraverso il suo ruolo principe di promozione dei diversi, in modo particolare dei più umili fino a che possano raggiungere una uguaglianza sostanziale. Se compito della città è la promozione di tutti gli uomini, questo si realizza non con una equidistanza astratta, ma con scelte preferenziali storiche costose. Solo queste costruiscono un costume utile alla promozione della moltitudine, e non si limitano a lasciare a gesti di sensibilità individuale, peraltro sempre meritori, la creazione d’una città amabile”.

Questo storico discorso del Card. Martini può dunque esserci di grande insegnamento: la carità non è semplice solidarietà ma la capacità di un popolo di vivere l’amore a sé e alla propria terra come apertura al mondo e non chiusura. Come è possibile accogliere indiscriminatamente se poi non si sono create le condizioni per un’accoglienza che rispetti le leggi internazionali del diritto d’asilo (e non sia clandestina) e che generi col tempo un reale “diritto a non emigrare” come risposta al bisogno di vita e non di morte che sorge nel cuore di ogni uomo? Questa sfida trova nelle parole dell’allora ArciVescovo di Milano linfa di ragione e di buon senso per un programma di buon governo ispirato alla Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica come quello che offriremo al paese come Popolo della Famiglia.

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