Il Card. Caffarra se n’è andato in silenzio

di Mirko De Carli e Massimiliano Fiorin per La Croce Quotidiano

Se ne è andato in silenzio, così come avrebbe voluto vivere gli ultimi anni della sua vita. Lo aveva dichiarato proprio lui, il cardinale Carlo Caffarra, al momento di lasciare l’incarico di arcivescovo di Bologna. Dal pulpito della cattedrale, nel discorso di commiato, aveva infatti detto testualmente che avrebbe vissuto i suoi ultimi anni nel silenzio e nel nascondimento, dedicandosi soltanto alla preghiera e agli studi.
Era infatti sinceramente desideroso di non fare ombra al suo successore. Durante la sua lunga carriera, Caffarra non incontrò mai di persona Matteo Zuppi, che lo ha avvicendato sulla cattedra di San Petronio. Troppo grande la differenza di età, di storia personale e di studi. Ma dopo averlo conosciuto, al momento di consegnargli l’incarico, disse con sincera e nobile umiltà di averne ricevuto una ottima impressione, per cui i bolognesi sarebbero stati in buone mani.
In quel momento l’emerito arcivescovo Carlo Caffarra, cardinale presbitero di San Giovanni Battista dei Fiorentini, che aveva ricevuto la porpora da Benedetto XVI nel 2006, di certo non poteva nemmeno immaginarsi che nella Chiesa universale e sulla stampa, pure su quella laica, nonostante il suo pensionamento si sarebbe ancora parlato così tanto di lui.
Il Signore lo ha chiamato al cielo senza avergli risparmiato, quasi come una purificazione, le calunnie e le infamie di coloro che hanno voluto descriverlo, con inqualificabile malevolenza, come un traditore e un ribelle nei confronti dell’autorità del Papa. Proprio lui, che nella fedeltà eroica alla sede apostolica, oltre che nell’amore per la sana dottrina cattolica, aveva speso nello studio accademico e nella predicazione gli anni migliori della sua vita.
Chi scrive, essendo bolognese, se lo ricorda bene nel momento in cui, nel 2003, assunse la cattedra episcopale a Bologna. San Giovanni Paolo II, che lo nominò, lo aveva già voluto da più di vent’anni come primo presidente dell’istituto che il grande pontefice aveva creato per la difesa delle ragioni della famiglia e della vita. Pertanto don Carlo Caffarra era giunto a Bologna già carico di sapienza e di onori, ampiamente meritati per la difesa intransigente delle ragioni dell’amore umano, della famiglia, del matrimonio e della vita. Salendo sulla cattedra di San Petronio, che secondo la tradizione gli valse da lì a qualche anno la porpora cardinalizia, Caffarra raccolse l’eredità di un altro grandissimo arcivescovo come Giacomo Biffi, che già all’epoca era diventato come l’icona di un leone ruggente, nella difesa della cattolicità e della ragione umana.
I bolognesi videro subito la differenza di carattere e di modi tra i due. Il cardinale Biffi era arguto, ironico, all’occorrenza impavido, e non si tirava mai indietro nel rispondere con graffiante puntualità a tutti coloro che combattevano non solo le ragioni della Chiesa, ma anche quelle del bene comune della società. L’arcivescovo Carlo Caffarra invece, e lo si vide subito, praticava uno stile più mite, riflessivo e professorale. Le sue omelie erano più distaccate e insieme rigorose, dense di filosofia teoretica, ma non per questo meno comprensibili o meno implacabilmente coraggiose. Lo stesso Giacomo Biffi lo aveva fatto intendere, nel salutarlo come successore, che sarebbe stato un vescovo diverso da lui. Pur ricoprendolo di lodi, scherzò sul fatto che il suo unico difetto era quello di essere milanista (Biffi era invece un appassionato tifoso dell’Internazionale, e non lo nascose mai per compiacere i fedeli bolognesi, il cui provincialismo su queste cose non scherza).
Ma la diversità di stile non impedì a Carlo Caffarra di conquistare in breve tempo i cuori dei suoi fedeli. La cattedra di San Petronio, nonostante le tradizioni guelfe e papaline della città, o forse proprio a causa di esse, da molti decenni è dotata di una sua originalità. Sembra che, come del resto avviene anche in altre grandi diocesi, non ci sia mai una reale compenetrazione tra l’arcivescovo e la sua curia. Il cardinale e i suoi preti sembrano essere sempre l’espressione di due mondi autonomi, che difficilmente si incontrano.
La curia felsinea va sempre un po’ per conto proprio, e di solito è sempre un po’ più progressista o un po’ più conservatrice del titolare della cattedra episcopale. Ai tempi del cardinale Lercaro la curia era un po’ più di destra, se così si può dire, ma da allora in poi è sempre stata implacabilmente più disponibile verso le ragioni della sinistra. Senza mai venir meno a un certo spirito peculiare, che come dicevamo è guelfo e papalino, e quindi ha sempre un fondo di conformismo e di paludamento istituzionale.
Bologna, del resto, è un capoluogo che non è mai stato capitale, tranne che per certe avventure sinistreggianti. Ancora oggi è la sede di quell’Istituto di scienze religiose Giovanni XXIII, che è un po’ la mecca del cattolicesimo “adulto” e progressista, in nome del quale continua a lucrare numerosi contributi pubblici. Il cardinale Caffarra lo sapeva, e anche per questo spese i suoi anni di servizio vescovile nella difesa delle ragioni della famiglia, del matrimonio, della vita.
Se il predecessore Giacomo Biffi era entrato nella storia anche per la fulminante definizione di Bologna come città “sazia e disperata” (battuta che lui stesso precisò che era riferita all’intera regione), Carlo Caffarra invece si distinse per la capacità di cogliere, con rigore filosofico, il punto della grande questione che tuttora devasta la nostra società.
Sua infatti fu la frase sul “desiderio che diventa diritto” come “grande metastasi” delle società occidentali, che gli valse fin dal momento in cui venne pronunciata attacchi furiosi da parte delle sinistre, non solo omosessualiste, che riconobbero subito in quelle parole un potente ostacolo alla realizzazione del loro programma. In entrambi i casi si trattò di frasi un po’ rubate, pronunciate fuori contesto. Ma per Caffarra, così come era stato per Biffi, non fu l’ultima volta nella quale gli ammonimenti pronunciati dalla cattedra di San Petronio suonarono come vere e proprie rampogne nei confronti della politica cittadina e regionale, per l’aperta ostilità di quest’ultima verso le ragioni della vita e della famiglia.
Da ultimo, essendo già arcivescovo emerito, segnalò anche a noi del Popolo della Famiglia, assieme a tutti i fedeli di buona volontà, l’esigenza di contrastare le politiche regionali di finanziamento con denaro pubblico delle “banche del seme” per la fecondazione eterologa. Noi abbiamo subito accolto l’appello, e del resto il nostro Mirko De Carli, quando fu candidato sindaco a Bologna, aveva tratto dagli allarmi in precedenza lanciati proprio dal cardinale Caffarra numerosi punti del suo programma elettorale.
Una volta lasciata la cattedra episcopale, come si è detto, questo grande studioso e pastore si era ritirato nel nascondimento, presso la villa del seminario che si trova sulle prime colline di Bologna. Ma non rinunciò del tutto a far sentire la sua voce, anche se probabilmente non avrebbe mai voluto doverlo fare.
Il fatto di aver cercato di aiutare il Papa Francesco mediante la formulazione dei famosi “dubia”, lui che aveva dedicato tutta l’esistenza alla causa della famiglia e del matrimonio, lo ha esposto agli attacchi malevoli e scomposti di quelli che tutto sommato si possono considerare i suoi avversari di sempre. I progressisti, i cattolici “adulti”, che a Bologna come dicevamo vivono e si muovono come in una specie di enclave separata dalla curia.
Probabilmente il cardinale Carrara ha avuto da soffrire molto per gli attacchi che gli sono stati rivolti, e lui stesso in un’altra precedente occasione, prima ancora di lasciare l’incarico di arcivescovo metropolita, aveva detto che avrebbe preferito che si raccontasse che aveva un’amante, piuttosto che lo si dipingesse come un avversario della sede apostolica.
Ora la sua nascita al cielo ce lo riconsegna nel ricordo, come un gigante della teologia e della filosofia morale, oltre che come un pastore appassionato, mite e leale verso la Chiesa e il suo popolo. Il suo decesso improvviso rinnova l’invito a vergognarsi, ai tanti volgari praticoni della teologia e del giornalismo sulle cose ecclesiastiche, che hanno cercato di calunniarlo come una sorta di cospiratore, o nel migliore dei casi lo hanno dileggiato come un anziano rimbambito.
C’è da essere certi che, con il suo carattere mite, il cardinale Carlo Caffarra li avrà perdonati da tempo e avrà pregato per loro. Da ultimo, ricordava volentieri come ancora nel 1981, non appena ottenuta da Giovanni Paolo II la nomina a primo presidente dell’Istituto Pontificio per la Famiglia e la Vita, aveva avuto l’impulso di scrivere a suor Lucia, la veggente di Fatima. Questa inaspettatamente gli aveva risposto in breve tempo, profetizzandogli che l’attacco finale di Satana contro la Chiesa e l’umanità sarebbe stato concentrato proprio sulla famiglia e il matrimonio.
Il Signore non ha risparmiato a questo suo fedele servo di vedere, mentre ancora era su questa terra, l’avveramento progressivo della terribile profezia. Ma ora il cardinale Caffarra ci precede in cielo, e già vede in Dio il trionfo del cuore immacolato di Maria, che proprio le apparizioni di Fatima, delle quali quest’anno ricorre il centenario, ci annunciano come imminente.
A noi rimane l’esempio di questo grande italiano cardinale, successore di San Petronio, mite e nello stesso tempo coraggioso pastore, campione di teologia morale e di rigore filosofico. Il centenario di Fatima ce lo consegna al ricordo come un maestro di sana dottrina, e come un grande testimone del nostro tempo che ha combattuto fino all’ultimo la buona battaglia.

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