Le parole ispirate del Card. Bassetti

di Mirko De Carli per La Croce Quotidiano

Tutti cercano di mettere in campo le stesse azioni di sabotaggio che quotidianamente realizzano con Papa Francesco: estrapolare alcune frasi, alcune parole per “tirare l’acqua” al mulino del pensiero dominante che trova diritto di cittadinanza sui principali mass media italiani. Lo slogan di queste ore è: la CEI spinge per l’approvazione dello ius soli. Cosa più falsa non si poteva dire. Ma sopratutto è davvero scandaloso non riportare nulla dei passaggi decisivi e determinanti riguardanti altri ambiti della vita pubblica come famiglia e vita che vedono il Card. Bassetti pronunciarsi in maniera eloquente contro la cultura dello scarto, del consumismo e del globalismo.

Per questo motivo desidero portare luce sulle ombre volutamente predisposte dai mass media di regime in merito ai passaggi più illuminanti della prima prolusione da Presidente della CEI del Card. Bassetti.

Prima di tutto la sua analisi parte da una presa di coscienza che già Papa Francesco ha ripetuto in più occasioni: “oggi non viviamo un’epoca di cambiamento, quanto un cambiamento d’epoca”. Cosa significa tutto ciò?

“Quasi nulla è più come prima. Dobbiamo assumere la piena consapevolezza che stiamo vivendo in un mondo profondamente cambiato, in un’Italia molto diversa rispetto al passato e con una Chiesa sempre più globale. In questa nuova realtà, sorgono nuove sfide e nuove domande a cui bisogna fornire, senza paura e con coraggio, delle risposte altrettanto nuove. Oggi viviamo in una società tecnologica e secolarizzata. Una società, afferma Papa Francesco, che corre un «grande rischio»: quello di essere caratterizzata da «una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata» (Evangelii Gaudium 2). L’uomo moderno è troppo spesso un uomo spaesato, confuso e smarrito. Un uomo ferito non solo perché ha perso il «senso del peccato», ma perché «cerca salvezza dove si può». E così si aggrappa a tutto e a chiunque sia in grado di fornire un significato alla vita” dichiara il Card. Bassetti.

Si apre inevitabilmente una “nuova questione sociale” “che investe la sfera economica e quella antropologica, la dimensione culturale e quella politica, i cui riflessi si fanno sentire profondamente anche in ambito religioso. Basti pensare all’introduzione della robotica nell’industria, alle applicazioni biomediche sul corpo umano, all’impatto ambientale delle grandi città, alle nuove forme di comunicazione e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale. Questa nuova questione sociale è caratterizzata da almeno tre fattori: lo sviluppo pervasivo di un nuovo potere tecnico, come aveva intuito profeticamente Romano Guardini; la crisi dell’umano e dell’umanesimo che è il fondamento della nostra civiltà; una manipolazione sempre più profonda dell’oikos, della nostra casa comune, della Terra”, sempre per citare il Card. Bassetti.

Le due ideologie dominanti oggi, sovranismo e globalismo, offrono soluzioni parziali a questa sfida del nostro tempo: da un lato “prima lo Stato, poi la persona”, dall’altro “prima il danaro e poi la persona”. La Chiesa e il laicato cristiano impegnato nel sociale ed in politica propone una terza via tra queste due visioni ideologiche che rimette al centro quel pensiero che ha edificato l’Europa e l’Occidente per come li conosciamo da duemila anni: personalismo cristiano.

Per guidare questo processo in atto e non subirlo passivamente il Card. Bassetti propone come Chiesa tra criteri guida: lo spirito missionario; la spiritualità dell’unità; e la cultura della carità.

Lo spirito missionario lo si può riassumere con queste parole del Cardinale: “così, nel cuore di questo «cambiamento d’epoca», la Chiesa italiana sta in mezzo al popolo con la semplicità eloquente del Vangelo, senza altra pretesa che darne testimonianza. Il primato dell’annuncio del Vangelo fa tornare semplici. Talvolta fa archiviare progetti, non sbagliati, ma secondari rispetto a tale primato. Il nostro orizzonte diventa più semplice, ma non meno impegnativo: prima il Vangelo!”.

Possiamo essere prossimi ai soggetti più deboli solo se siamo capaci di conciliare la cultura dell carità con la cultura della vita: mettere in competizione l’una con l’altra non può generare una testimonianza cristiana capace di abbracciare l’umano integralmente e non parzialmente con facili slogan ad uso elettorale.

Per perseguire questo obbiettivo non si può prescindere da una vera e profonda “spiritualità dell’unità”. “Siamo chiamati a dare vita non ad una Chiesa uniforme, ma ad una Chiesa solidale e unita nella sua complessa pluralità. Si tratta dunque di un’autentica vocazione alla collegialità – tra i vescovi e tutto il corpo della Chiesa – e al dialogo. Chi dialoga non è un debole ma è, all’opposto, una persona che non ha paura di confrontarsi con l’altro” dice ancora il Card. Bassetti. Il dialogo quindi come strumento per “tenere insieme” i carismi presenti nella comunità ecclesiale e tesi a mettere in campo un’azione di testimonianza in grado di mostrare l’unica coerenza possibile: quella con la parola di Dio che si fa guida per ogni opera dell’uomo.

Questo sguardo compassionevole verso l’umano passa inevitabilmente da una cultura della carità che si fa sinonimo, come spiegavo prima, di cultura di una vita “che va difesa sempre: sia che si tratti di salvare l’esistenza di un bambino nel grembo materno o di un malato grave; e sia che si tratti di uomo o una donna venduti da un trafficante di carne umana. Noi abbiamo il compito, non certo per motivi sociologici o morali, di andare verso i poveri per una missione dichiaratamente evangelica” come dichiara il Card. Bassetti.

Gli ambiti da non disertare orientandosi con i criteri sopra indicati sono: il lavoro; i giovani, la famiglia e le migrazioni.

Per quanto concerne il tema del lavoro il Card. Bassetti parla di lavoro come “priorità più importante per il Paese e la disoccupazione giovanile è la grande emergenza”. Il Presidente della CEI continua dicendo che “nonostante in Italia ci siano piccoli segnali di ripresa per l’economia, non posso non essere preoccupato di fronte agli 8 milioni di poveri descritti dall’Istat, la metà dei quali non ha di cosa vivere. Sono giovani, sono donne, sono coppie e sono cinquantenni che hanno perso il lavoro e che sono stati scartati dal sistema economico”.

Rilancia tre linee guide davvero utili e decisive per orientare l’azione dei laici cristiani in politica e non solo: dice il Cardinale che “non è sufficiente evocare il problema del lavoro, ma è necessario anche provare a discernere proposte e vie percorribili. Sono almeno tre le strade che, a nostro avviso, vanno percorse e su cui invitiamo le istituzioni a guardare con decisione: il lavoro e il Mezzogiorno d’Italia; il lavoro e la famiglia; il lavoro e i giovani”.

Sui giovani poi si gioca una delle sfide epocale del nostro tempo. Citando Giorgio La Pira, dice che i giovami «sentono il tempo, sentono la stagione: quando viene la primavera essi si muovono ordinatamente, sospinti da un invincibile istinto vitale – che indichi loro la rotta e i porti». I giovani, infatti, non hanno bisogno di qualcuno che gli indichi loro cosa sognare perché sono capaci a farlo da soli. Hanno molto più talento di noi vecchi e molta più capacità di pensare e immaginare un mondo nuovo”.

Richiama così la politica, e non solo, a parlare con parole di verità senza usare slogan vuoti e sterili.

Passiamo poi al punto decisivo della famiglia. In questo passaggio estremamente delicato declina tre sfide: la difficoltà di riaffermare una cultura della famiglia nel paese, la necessità di ridare tempo e spazio alla dinamica di vita della famiglia stessa e, soprattutto la “questione antropologica e di difesa e di valorizzazione della famiglia tra uomo e donna, aperta ai figli. Una sfida culturale e spirituale di grandissima portata”. Nessuna parola in merito da parte dei mass media di regime: forse perché troppo politicamente scorretta.

Secondo il Cardinale queste tre sfide devono trovare necessaria concretizzazione nella definizione di una vera politica a misura di “fattore famiglia”.

Non poteva poi mancare il passaggio sul fenomeno dei flussi migratori dove il Presidente della CEI non fa nessuno spot a favore della legislazione in dibattimento presso le aule parlamentari italiane ma parla di una “sfida antica che si ripropone con tratti nuovi. E lo sguardo profetico di Papa Francesco ha il merito storico di aver tolto i migranti da quella cappa di omertà in cui erano stati confinati dalla «globalizzazione dell’indifferenza» e di averli messi al centro della nostra attività pastorale. Promuovere una pastorale per i migranti significa, prima di tutto, difendere la cultura della vita in almeno tre modi: denunciando la «tratta» degli esseri umani e ogni tipo di traffico sulla pelle dei migranti; salvando le vite umane nel deserto, nei campi e nel mare; deplorando i luoghi indecenti dove troppo spesso vengono ammassate queste persone. I corridoi umanitari – nei quali la Chiesa italiana è impegnata in prima persona – sono, quindi, necessari per dare vita ad una carità concreta che rimane nella legalità”.

Come descritto nella nostra proposta sullo “ius europae” occorre ripartire da un pensiero capace di conciliare diritto a non emigrare e diritto ad accogliere chi ne ha diritto. Per questo il Cardinale dichiara che “accogliere è un primo gesto, ma c’è una responsabilità ulteriore, prolungata nel tempo, con cui misurarsi con prudenza, intelligenza e realismo. Non a caso il Santo Padre, di ritorno dalla Colombia, ha ricordato che per affrontare la questione migratoria occorre anche «prudenza, integrazione e vicinanza umanitaria». Tale processo va affrontato con grande carità e con altrettanta grande responsabilità salvaguardando i diritti di chi arriva e i diritti di chi accoglie e porge la mano. Il processo di integrazione richiede, innanzitutto, di fronteggiare, da un punto di vista pastorale e culturale, la diffusione di una «cultura della paura» e il riemergere drammatico della xenofobia. Come pastori non possiamo non essere vicini alle paure delle famiglie e del popolo. Tuttavia, enfatizzare e alimentare queste paure, non solo non è in alcun modo un comportamento cristiano, ma potrebbe essere la causa di una fratricida guerra tra i poveri nelle nostre periferie. Un’eventualità che va scongiurata in ogni modo”.

Per perseguire tutti questi ambiziosi obiettivi il Cardinale rilancia l’appello che è cuore della riflessione sociale della Chiesa negli ultimi decenni: la necessità della nascita di una nuova generazione di laici cristiani impegnati in politica.

“L’Italia è un Paese bellissimo, straordinariamente ricco di umanità e paesaggi, ma estremamente fragile: sia nel territorio che nei rapporti socio-politici. Ai cattolici dico che la politica, come scriveva La Pira, «non è una cosa brutta», ma una missione: è «un impegno di umanità e santità». La politica come affermava Paolo VI, è una delle più alte forme di carità. Papa Francesco ha più volte auspicato la necessità dei cattolici in politica. Ma come?
Non spetta a me dirlo. Quello che mi preme sottolineare è che il cuore della questione non riguarda le formule organizzative. Il vero problema è come portare in politica, in modo autentico, la cultura del bene comune. Non basta fare proclami. La proclamazione di un valore non ci mette con la coscienza a posto. Bisogna promuovere processi concreti nella realtà. Non è auspicabile che, nonostante le diverse sensibilità, i cattolici si dividano in «cattolici della morale» e in «cattolici del sociale». Né si può prendersi cura dei migranti e dei poveri per poi dimenticarsi del valore della vita; oppure, al contrario, farsi paladini della cultura della vita e dimenticarsi dei migranti e dei poveri, sviluppando in alcuni casi addirittura un sentimento ostile verso gli stranieri. La dignità della persona umana non è mai calpestabile e deve essere il faro dell’azione sociale e politica dei cattolici. I cattolici hanno una responsabilità altissima verso il Paese. Dobbiamo, perciò, essere capaci di unire l’Italia e non certo di dividerla. Occorre difendere e valorizzare il sistema-Paese con carità e responsabilità. Perché il futuro del Paese significa anche rammendare il tessuto sociale dell’Italia con prudenza, pazienza e generosità” (cit. Card. Bassetti).

Ecco il nostro compito come Popolo della Famiglia: per questo abbiamo ripetuto dal palco della Seconda Festa Nazionale de La Croce Quotidiano a Riolo Terme che siamo la terza via possibile per chi crede che la persona venga prima dello Stato e dei soldi e che questo è auspicabile realizzarlo solo attraverso una declinazione programmatica del personalismo cristiano capace di unire chi vive e testimonia i nostri valori (anche in forme ed ambiti diversi) e non dividerli.

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