Tutti noi moriamo d’aborto di continuo

di Mirko De Carli per La Croce Quotidiano

Nella notte tra il 27 e il 28 settembre ad Ancona una donna ingerisce delle pillole vendute sottobanco da una farmacista per abortire e, lacerata da dolori alla pancia, viene ricoverata d’urgenza al Pronto Soccorso con gravi rischi per la propria vita e quella del feto che porta in grembo. Ma addentriamoci ancora di più in questa drammatica vicenda. Una ragazza trentenne di colore, dopo aver ricevuto da una farmacista un farmaco dal nome cytotec senza la dovuta prescrizione, ne ingerisce venti pillole per interrompere la gravidanza. Alle cinque del mattino la donna si sente male nel proprio appartamento e, in preda a forti dolori addominali, chiama i soccorsi medici. La cosa ancora più assurda di questa vicenda riguarda il farmaco assunto: pillole solitamente indicate dietro stretto controllo medico e assunte per provocare una serie di contrazioni muscolari dell’utero che inducono al parto.

Nell’abbracciare e pregare per questa ragazza e per la giovane vita che porta in grembo non possiamo che stigmatizzare con forza le nefaste conseguenze che produrrebbe l’attuazione di quell’impianto ideologico che ha mosso gli organizzatori della Giornata Mondiale dell’Aborto. Il contrasto all’obiezione di coscienza e la legalizzazione dell’aborto farmacologico in ambulatorio rappresentano quella mentalità, figlia di una vera e propria cultura della morte e della falsa libertà della donna, che sottende comportamenti riprovevoli come quello compiuto dalla farmacista anconetana. Il movimento “Non una di meno” quando parla di riconoscimento in tutti i paesi “della libertà di scelta delle donne” con “l’aborto ovunque libero, depenalizzato e gratuito” produce quel cortocircuito identitario nel nostro paese tale per cui abortire è normale ed esercitare il diritto all’obiezione di coscienza è un atto vile da sopprimere.

Grazie a Dio i dati confermano il contrario: circa il 70% dei medici italiani è obiettore di coscienza (in Molise e in Campania si raggiungono picchi del 90%) e molte cliniche e strutture ospedaliere non praticano l’interruzione volontaria della gravidanza come previsto dalla legge 194. Questa libertà, sempre secondo il movimento “Non una di meno”, risulta essere una “forma di violenza che viene realizzata ogni giorno contro la donna”. Salvare delle vite significa violentare delle donne? O forse è meno violento somministrare farmaci sottobanco senza prescrizione medica ad una donna al quarto mese di gravidanza? Perché queste femministe non provano a rispondere a questa semplice domanda?

Ma la strada è ahimè tracciata e, non a caso, Emma Bonino, storica leader radicale, propone un tagliando alla legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza superando l’ultimo ostacolo all’aborto libero che risulterebbe essere “l’obbligo di ricovero di tre giorni in ospedale anche per l’aborto farmacologico”. Cosa propone Emma Bonino? Una revisione della legge 194 alla luce degli avanzamenti delle tecniche usate. Per questo rilancia, insieme alle associazioni e ai movimenti che hanno organizzato la Giornata Mondiale dell’Aborto, una petizione per l’aborto farmacologico in ambulatorio. A conferma di questo si dice che negarlo significa esprimere “una chiara volontà di porre ostacoli alle donne e di stigmatizzare le loro decisioni”. Vogliono dunque “far tornare l’aborto nelle mani delle donne, sottraendosi a tutele esterne”.

Volete un esempio del futuro che queste signore vogliono offrici? Il dramma della ragazza trentenne di Ancona. Dove la gravidanza è un fatto privato e non riguarda la famiglia e la comunità ed è una scelta non un dato, un fatto. La solitudine come risposta della società del benessere al desiderio di speranza dei giovani. Una pillola come soluzione per estirpare il dolore e la fatica dalla storia. Vogliono far diventare le pillole anticoncezionali come il Viagra, dimenticandosi che stanno uccidendo un bimbo o una bimba che ha un solo diritto: quello di vivere con la propria mamma ed il proprio papà.

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