L’Islam non è offeso dal nostro calendario

di Mirko De Carli per La Croce Quotidiano

Il Grande Fratello di George Orwell. Come negli anni settanta quando Steve Jobs tuonò contro il dominio incontrastato dell’IBM e della sua visione di un’informatica come semplice meccanica e non “prolungamento” del corpo umano, oggi viviamo un’epoca dominata da un Big Brother violento e assetato di potere e soldi. Se fino al XX secolo si applicava la legge del profitto e del Dio denaro agli ambiti economici puramente intesi, oggi (per massificare i guadagni) si è arrivati a trasformare le persone in cose. Per raggiungere questo obiettivo a 360 gradi occorrono alcune precondizioni: come l’IBM non voleva realizzare alcun strumento informatico che potesse essere concepito come un abito, come qualcosa di “connesso” con l’uomo per ragionare solo con la leva del danaro e non quella dell’empatia e dell’emotività (prettamente umana), stessa cosa vuole fare il Grande Fratello finanziario e globale odierno. Cancellare il rapporto “sentimentale” tra l’uomo e la storia, tra la persona e la tradizione che lo precede. Passare dal livello del cuore a quello dell’utile.

Per questo in Inghilterra in molte scuole del Sussex e dell’Essex le sigle tradizionali del calendario gregoriano (A.C. e D.C.) verranno sostituite con “B.c.e.” e “C.e” ossia “prima dell’era comune” e “era comune”. Motivo addotto per una scelta così singolare: non urtare la sensibilità dei non cristiani. Piccolo problema: l’imam Mogra si dichiara pubblicamente contrario a questa scelta perché la dicitura gregoriana “non arreca alcuna offesa alla comunità musulmana”. Posizione corretta quella dell’imam che non rileva alcun disagio a rintracciare negli istituti scolastici di un paese di matrice cristiana riferimenti laici a queste radici dentro alle varie sfaccettature della civiltà locale occidentale.

Tuona giustamente al grido di “vergogna” l’ArciVescovo di Canterbury Lord Carey, dichiarando di non aver “mai incontrato un singolo leader musulmano o ebraico offeso dal calendario”. Questo risulta ancora più vero se guardiamo a quello che si è verificato in Arabia Saudita. L’anno scorso Riyad ha deliberato che dal primo di ottobre il calendario gregoriano avrebbe sostituito quello islamico. Perché? Il calendario islamico è lunare e ha quindi 10/11 giorni in meno rispetto a quello gregoriano: così facendo i funzionari pubblici, nell’ottica di una revisione dei costi della pubblica amministrazione locale, lavoreranno più giorni senza spendere un soldo in più. Naturalmente anche qui il tutto senza un cenno alcuno alla figura di Cristo che è al cuore dell’origine del calendario nel VI secolo dopo Cristo (appunto).

Ormai la questione è sempre più chiara: il dominio del Dio denaro rispetto al primato della persona come creatura di Dio. Il calendario, e la storia ce lo insegna, è sempre stato il parametro entro il quale si esprimeva (e si esprime tuttora) il rapporto di forza tra uomini. La storia, non a caso, la fanno i vincitori non i perdenti. Stiamo velocemente passando da una società dell’uomo a una società contro l’uomo.

Perché dunque cancellare il riferimento a Cristo se nessun’altra religione nemmeno te lo chiede? Perché cancellando gradualmente dalla storia Dio si potrà arrivare a cancellare tutti quei valori di civiltà (libertà, giustizia, solidarietà…) che hanno sempre posto un limite al profitto senza scrupoli e senza regole. Questo è il punto. Si parte da quelle che la mentalità comune definisce “inezie” (ma che inezie non sono perché sono dettagli che narrano valori ben più grandi del loro particolare) per proporre come “normali” fattori identitari neutrali e non più “tradizionalmente” orientati. La prossima generazione che andrà in quelle scuole non si porrà più il problema del riferimento storico al Fatto più importante della storia per cui si definisce in questo modo il nostro calendario: la stessa operazione messa in atto con Babbo Natale per sostituire e cancellare la nascita di Gesù dalla storia intesa con mentalità dominante.

Ci accingiamo a vivere una società gradualmente scristianizzata e sempre più neo-pagana. E il dramma è che, quando il processo sarà completato, nemmeno ce ne saremo accorti. La domanda è solo una: vogliamo un mondo così per i nostri figli? Non credo, e per questo siamo chiamati a una resistenza militante alla quale non sfugga ogni dettaglio dell’azione ideologica del Grande Fratello. Anche quella più piccola o apparentemente banale.

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