Loris è un cavallo di Troia

di Mirko De Carli per La Croce Quotidiano

Anche il dramma di Loris Bertocco diventa oggetto di spudorata strumentalizzazione da parte dei promotori della campagna di legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito in Italia. Una vicenda umana segnata dal dolore e dalla solitudine si conclude con una disperata richiesta di aiuto allo Stato che non trova alcuna risposta. A quel punto Loris sceglie la strada di chi non vede nessuna speranza nella vita e decide di andare in una clinica a Zurigo e morire per suicidio assistito.

Il tutto comincia quando Loris diventa maggiorenne e, dopo un incidente stradale mentre era alla guida del motociclo, rimane paralizzato. Con un grande amore alla vita e voglia di lottare riesce a creare tutte le condizioni possibili per una vita simile a quella dei suoi coetanei. Lavora, spostandosi con le stampelle e si sposa. Mette su famiglia insomma. Purtroppo, dopo l’ennesima caduta mentre cammina con il supporto delle stampelle arriva alla drammatica condizione di non poter più camminare come prima. Ritorna, dopo svariate sedute di fisioterapia e nuoto, a rialzarsi ma in maniera molto ridotta e molto limitata. Finché non viene colpito nel 1996 da una cecità assoluta e, l’ennesima frattura, lo obbliga a una condizione di non autosufficienza irreversibile.

Tutta questa lotta continua Loris la registra nel testo della lettera pubblicata integralmente da Repubblica. Inizia dicendo “Sono nato a Dolo (Venezia) il 17 giugno 1958. Il 30 marzo 1977 (frequentavo l’Istituto tecnico, avevo 18 anni) ho avuto un incidente stradale: un’automobile mi ha investito mentre ero in ciclomotore. Poteva essere un incidente banale, ma invece ha avuto delle conseguenze molto gravi e nell’impatto c’è stata una frattura di due vertebre e sono rimasto completamente paralizzato”. Arriva poi a commentare la sua condizione di non autosufficienza: “Fino a quel momento in 10 minuti riuscivo a fare le scale e salire al terzo piano con l’aiuto di qualcuno e da questo momento in poi questa attività mi è risultata quasi impossibile. Era necessario cioè l’aiuto di una terza persona che mi aiutasse prendendomi dalla schiena per fare gli scalini”.

La situazione si è aggravata sempre più e, come spesso ahimè accade davanti alle difficoltà, la persona che ti è stata affianco per anni come sposa non regge l’impatto d’urto della fatica e molla. Non è mia intenzione giudicare le ragioni della separazione tra Loris e la moglie ma sta di fatto che lui rimane solo. E lo scrive molto chiaramente: “Questa scelta di mia moglie, che ha aggiunto sofferenza a sofferenza, è stata difficile da metabolizzare e ha avuto su di me delle forti ripercussioni negative. Oltre alla sofferenza emotiva dell’abbandono, si faceva sempre più urgente il problema della mia assistenza, che non poteva non essere affrontata con urgenza”. L’abbandono e la solitudine appunto. Non bastavano i 1.000 euro messi a disposizione mensilmente dalla Regione per pagare l’assistente sociale. Serviva di più? Ma cosa?

“Sono convinto che, se avessi potuto usufruire di assistenza adeguata avrei vissuto meglio la mia vita, soprattutto questi ultimi anni, e forse avrei magari rinviato di un po’ la scelta di mettere volontariamente fine alle mie sofferenze” dice in conclusione Loris. E i mass media nazionali come reagiscono? Pubblicano la lettera e la usano per riavviare il dibattito nel paese e nelle aule parlamentari per legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito.

Le cliniche con stanze squallide che ti ammazzano dietro lauto corrispettivo pecuniario sono veramente la soluzione alla solitudine e alla disperazione della persona? Perché di questo si tratta: persone abbandonate dalle istituzioni e dai corpi sociali e che arrivano a trovare ragionevoli soluzioni che di ragionevole non hanno nulla. Io credo che quei giornali, come Repubblica, che hanno venduto copie sul corpo appena morto di Loris abbiano compiuto un’azione meschina, oltre che illegale. Lo Stato perché non punisce questo tipo di giornalismo invece di ridurre sempre di più i sussidi per l’invalidità? Questo è il tema oggi, non l’ennesimo spot indegno a favore di una dilagante ed inammissibile cultura della morte.

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