Altro che “niente”: il parlamentare può fare miracoli

di Mirko De Carli e Massimiliano Fiorin per La Croce Quotidiano

Finora il peggior vizio dei politici, compresi i cosiddetti cattolici in politica, è stato quello di incolparsi vanamente per la crisi della politica. Cioè, di avere accolto i peggiori luoghi comuni su sé stessi, senza però aver saputo guardare davvero in faccia né alle cause né ai possibili rimedi, rispetto a quanto è accaduto in Italia e in Europa negli ultimi vent’anni. Di certo, il Popolo della Famiglia ritiene che l’autoflagellazione e la sudditanza verso il populismo non serviranno a riconciliare gli italiani, e tanto meno i cattolici, con la classe politica. È il ragionamento che ci è venuto in mente, leggendo l’aneddoto raccontato da Mario Sberna, deputato uscente eletto con la lista Monti, in un intervento su Avvenire dei giorni scorsi. L’onorevole Sberna si è infatti lamentato perché qualche domenica fa nella sua parrocchia, durante l’omelia, il sacerdote aveva chiesto a un bambino “cosa fanno i parlamentari”, aspettandosi una risposta pertinente. Invece il piccolo avrebbe risposto “niente!”, ottenendo gli applausi a scena aperta di tutti i fedeli presenti. Ci sarebbe stato persino una catechista che si è alzata in piedi sull’altare per guidare l’ovazione. Dunque, è immaginabile la delusione che avrà provato il predetto Sberna, deputato cattolico, che proprio nell’ambiente della sua parrocchia si è sentito considerare come uno che è stato cinque anni in parlamento a fare niente. E meno male che – questo almeno la storia non lo dice – durante quell’impropria esplosione di sarcasmo al povero Sberna non sono state fatte le solite considerazioni sui lauti stipendi che come deputato ha guadagnato in cinque anni. Ma di chi è la colpa di tutto ciò? Da cosa dipende se anche negli ambienti parrocchiali, luogo privilegiato della presenza dei cattolici, è così diffuso il sentimento di ostilità popolare nei confronti dell’intera classe politica? O meglio, perché i cattolici che si sono impegnati in politica non hanno saputo meritarsi almeno un minimo di rispetto, tra i primi destinatari naturali del loro messaggio? Dal punto di vista del Popolo della Famiglia la risposta è semplice. Non si tratta di aver saputo o meno praticare la politica come servizio al bene comune, secondo quanto viene richiesto ai cattolici. Tante volte, richiamarsi a certi principi è solo vuota retorica. Il senso della politica come servizio non giova a nulla, se non si traduce in azioni efficaci, e nella capacità di farsi riconoscere come politici coerenti tra la propria ispirazione e i risultati che si possono concretamente realizzare. Non è questione di essere o meno ipocriti. Si tratta invece di saper dare alla propria azione politica i contenuti che servono, per potersi accreditare nel lungo periodo come riferimento per i cattolici. Il senso di delusione e di distacco dalla politica – e, perché no, anche il qualunquismo e il populismo becero dei quali molti politicanti odierni si profittano – ha pervaso persino gli ambienti ecclesiali “di base”. Ma era inevitabile dopo che, saltati gli schemi tradizionali, la politica è diventata ancella della finanza internazionale, e quindi teatro di una lotta delle élite contro il popolo. Per questo fenomeno epocale, almeno, la colpa non è di quei candidati che hanno preteso i voti dei cattolici. Ma di certo, la responsabilità è anche di coloro che, nella Chiesa italiana, finora hanno concepito l’impegno politico come una semplice disponibilità a rendersi controllabili dalla CEI, che a sua volta si è resa controllabile dal governo (vedi ancora una volta, sul punto, la squallida sceneggiata tra Alfano, una certa parte dell’episcopato e alcuni promotori dei Family Day, in occasione della approvazione della legge sulle unioni civili). E non si tratta solo di questo. Prendiamo ad esempio, per l’appunto, il deputato Mario Sberna, che è arrivato in parlamento dopo una lunga militanza nell’associazionismo in favore delle famiglie numerose. Gli diamo senz’altro atto che, a differenza di altri onorevoli entrati in parlamento con la sua stessa lista, almeno ha avuto la coerenza di farsi trovare contrario nelle votazioni finali di disegni di legge qualificanti, per un deputato cattolico, come quello sulle unioni civili e il divorzio breve. Ma se alla fine della legislatura, nonostante questo, Sberna continua a venire confuso con il resto dei suoi colleghi e non si è meritato il rispetto dei suoi parrocchiani, perché è avvenuto? Secondo noi la risposta è univoca. I cattolici hanno bisogno di rendersi riconoscibili come tali di fronte al loro popolo, non solo nei luoghi dove la presenza sociale della Chiesa è più viva. Per fare questo, purtroppo, in questa fase non ci si può aspettare né l’appoggio né la benevolenza della Chiesa gerarchica. Il rispetto degli italiani di buona volontà, e non solo dei cattolici praticanti, bisogna guadagnarselo sul campo. Rendendosi riconoscibili per quello che si è, per evitare che il nostro popolo non sappia in quale nome si stanno praticando le proprie opere buone. Ma senza aspettarsi, proprio per questo, di poter evitare la persecuzione né tanto meno l’ostilità. Anche perché l’incomprensione del mondo è la conferma della propria coerenza di cristiani. Nemmeno, dall’altra parte, si può evitare l’astio dei bigotti, di coloro che pretenderebbero un “partito dei perfetti” come unica espressione possibile della presenza sociale dei cattolici, come se non fossimo noi per primi – proprio in quanto bisognosi della grazia di Dio – gli ultimi tra i peccatori. Insomma, non si può evitare l’ostilità di chi confonde un partito politico con un movimento per il perfezionamento spirituale della società. I bei ragionamenti di questi signori sono destinati a rimanere per sempre profondamente impolitici. E lasciamo stare, per carità, il problema dell’atteggiamento di tanti esponenti dell’episcopato e del clero, che pretendono da chi si impegna in politica il peggior clericalismo e il peggior inquadramento nei ranghi. Se si agisce in modo riconoscibile, laicamente e tra la gente, saranno i fatti a dimostrare – a chi ha ancora gli occhi limpidi per vedere – la coerenza e l’efficacia del proprio impegno. Saranno più le persone semplici che gli intellettuali, più i comuni fedeli delle parrocchie che i sapienti della politica e della cultura, ad accorgersene e a rendere grazie al Padre che è nei cieli. Il Popolo della Famiglia è nato esattamente per questo.

facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*