Santo Stefano ci spiega la strada. Solo il martirio rende veramente liberi

di Mirko De Carli per La Croce Quotidiano

La ricorrenza del primo martire della cristianità ci spiega la strada che ci attende. L’Occidente ne è ancora scioccamente inconsapevole mentre alcuni paesi dell’Est Europa ne cominciano a comprendere i contorni. La grande lezione di Gesù che rivoluzionò la storia al grido di “ama il prossimo tuo come te stesso” trova compimento e ragione nella testimonianza carnale di un uomo pronto a “dare la vita” per un’altra persona. Questo “amor proprio” che si allarga di senso attraverso l’amore al prossimo spiega concretamente il valore autentico di un sano patriottismo. San Giovanni Paolo II lo celebrò efficaciemente in una Sua poesia del 1974 intitolata “Pensando patria”: “Quando penso “patria” esprimo me stesso, affondo le mie radici, è voce del cuore, frontiera segreta che da me si dirama verso gli altri, per abbracciare tutti, fino al passato più antico di ognuno”.

Rileggendo questo parole e scartabellando i vari discorsi di Natale dei Capi di Stato e di Governo europei ho trovato rispondenza nelle sole ed uniche parole davvero audaci proferite da un leader occidentale: quelle pronunciate dal premier ungherese Viktor Orbàn il 23 dicembre scorso.

“Noi europei – consapevolmente o inconsapevolmente – viviamo in una cultura fornita dagli insegnamenti di Cristo. Penso al famoso detto di József Antall: in Europa, anche gli atei sono cristiani. Noi ungheresi ci consideriamo giustamente una nazione cristiana. La nostra lingua madre attraverso la quale abbiamo capito e plasmato la realtà non è collegata a nessun’altra nazione europea. Ha anche una conseguenza preziosa.
Sappiamo che lo spirito ungherese è nato dall’incontro tra il nostro carattere orientale e la cultura cristiana occidentale. Tuttavia, la nostra fede cristiana, la nostra fede vivente, si è conservata per migliaia di anni in mezzo all’Europa. Pertanto, possiamo assumere la lingua materna e la cultura fino ad oggi, e siamo orgogliosi di aver contribuito alla crescita delle prestazioni millenarie della nostra nazione verso l’Europa”: così apre la sua riflessione il primo ministro ungherese riconoscendo alla tradizione cristiana quel valore eterno ed innegabile di matrice identitaria dell’intero mondo occidentale (e non solo).

Continua Orbàn: “Secondo il vangelo di Marco, il secondo comandamento di Cristo suona come “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Oggi in Europa si parla molto del comandamento di Cristo. Ma ci si dimentica la seconda parte dello stesso. La dottrina consiste di due parti: vogliamo aiutare i nostri vicini, ma dobbiamo anche amare noi stessi. Amare noi stessi significa anche proteggere tutto ciò che siamo e chi siamo. Amare noi stessi significa amare il nostro paese, la nostra nazione, la nostra famiglia, la cultura ungherese e la civiltà europea”. Una saggezza, quella di Orbàn, che trova come unica fonte ragionevole per un sano processo di gestione e governo dei flussi migratori un amore disinteressato e leale verso la propria patria. Possiamo edificare un futuro capace di benessere e prosperità per la nostra civiltà solo se siamo capaci di riappropriarci del “vincolo morale” (cit. Franco Ferrarotti) che lega un uomo con la propria terra natia.

“Riconosciamo il ruolo del cristianesimo come un comune denominatore della nostra nazione. Quando tracciamo i confini della nostra identità, contrassegniamo la cultura cristiana come la fonte del nostro orgoglio. Il cristianesimo è cultura e civiltà. Viviamo in esso. Non si tratta di quante persone vanno in chiesa o di quante persone pregano onestamente. La cultura è la realtà della vita di tutti i giorni. Mentre parliamo, mentre ci allontaniamo l’un l’altro mentre ci avviciniamo l’un l’altro. Per gli europei, la cultura cristiana definisce la nostra morale quotidiana. Nelle posizioni di confine, questo ci fornisce uno standard e una direzione. La cultura cristiana ci aggiusta nelle contraddizioni della vita. Determina la nostra comprensione della giustizia e dell’ingiustizia, la relazione tra uomo e donna, famiglia, successo, lavoro e onore. La nostra cultura è la cultura della vita. Il nostro punto di partenza è il valore della vita” prosegue Orbàn dando corpo nel pensiero politico contemporaneo alla grande lezione offerta da San Giovanni Paolo II durante un suo storico viaggio apostolico in Austria: “… uno degli obiettivi del mio pontificato è di costruire una “cultura della vita” volta ad opporsi alla “cultura della morte” in espansione. Perciò sto perorando instancabilmente per la difesa incondizionata della vita umana dal momento del suo concepimento fino alla morte naturale. La legalizzazione dell’aborto entro i primi tre mesi – vigente in Austria – rimane una ferita sanguinante nel mio cuore..”. Solo essendo faro di una rinnovata cultura di vita potremo anteporci con forza alle tenebre della dilagante cultura di morte che sta dominando in ogni ambito della vita pubblica. Prova ne è stata la nuova nefasta legislazione italiana sul testamento biologico che ha sostanzialmente legalizzato nel nostro paese l’eutanasia.

La conclusione del ragionamento di Orbàn è poi assolutamente pertinente rispetto allo stato attuale dell’Occidente intero: “I fondamenti della vita europea sono ora sotto attacco. La natura autoevidente della vita europea è stata compromessa; non si deve solo riflettere, si deve agire. Non vogliamo rinominare le nostre tradizioni natalizie e non vogliamo che esse siano praticabili solo dietro blocchi di cemento. Non vogliamo togliere la festa della risurrezione da noi stessi. Non vogliamo far molestare le nostre figlie e figlie tra la folla che accoglie il nuovo anno. Noi, europei, siamo cristiani. La cultura assomiglia al sistema di difesa del corpo umano: finché funziona, non ce ne accorgiamo nemmeno. Apparirà e diventerà importante per noi quando si indebolirà… Oggi, l’attacco alla nostra vita è mirato. Indebolisce intenzionalmente il sistema immunitario europeo. Vogliono che non siamo ciò che siamo. Vogliono che diventiamo quello che non vogliamo essere. Vogliono che ci incontriamo con popoli di altri mondi e cambiamo per un mix che non desti problemi al potere. Alla luce delle candele di Natale, è chiaro che quando la cultura cristiana viene attaccata, cercano di eliminare anche l’Europa. Vogliono prendere le nostre vite e vogliono scambiarle con qualcosa che non è la nostra vita. In cambio delle nostre vite fino ad oggi, promettono una nuova vita più illuminata. Questa, tuttavia, è un’utopia. Le utopie sono sogni che possono essere meravigliosi, quindi attraenti, ma sono anche irriconoscibili, oscuri e privi di significato come i sogni. Non si può vivere o navigare in loro. Non possiamo dire che la cultura cristiana sia la più perfetta. Questa è la chiave della cultura cristiana: siamo consapevoli dell’imperfezione, della nostra stessa imperfezione, ma abbiamo imparato a conviverci ed è per questo che da secoli ci impegniamo come europei a migliorare il mondo. Il dono dell’imperfezione è precisamente che abbiamo l’opportunità di migliorare. Questa possibilità è oggi presa di mira”.

Se siamo ancora una civiltà che poggia il proprio dibattito interno su valori di giustizia, libertà e solidarietà che rappresentano il discrimine tra una società che progredisce e una che arretra è perché siamo imbevuti di quelle radici greco-romano-giudaico-cristiane di cui San Giovanni Paolo II si è fatto più volte evangelizzatore nel cantiere di inizi anni 2000 della naufragata Costituzione dell’Unione Europea. Solo con una coscienza così limpidamente ispirata potremo realizzare la “rivoluzione di Dio” nelle stanze dei bottoni mettendo in pratica la lezione di Gesù: “ama il prossimo tuo come te stesso”. Solo riaprendo la nostra mente e il nostro cuore alla dimensione del martirio capace di donare a ogni persona la possibilità di servire il bene dando la propria vita per un altro potremo produrre politiche in grado di governare i processi globali esterni alla nostra patria europea muovendo da un amor proprio sano e robusto. Se non sono capace di accogliere una nuova vita sacrificandola con la pratica dell’aborto come potrò mai essere accogliente con un rifugiato che fugge da una morte certa? Solo rispondendo a questa semplice domanda potremo davvero rifondare una nuova comunità europea capace di essere nuovamente faro di civiltà e speranza per il mondo intero.

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