Perché la Polonia ha ragione e l’Unione Europea no

di Mirko De Carli per La Croce Quotidiano

Sono ore calde per l’Unione Europea: la Commissione presieduta da Junker ha avviato la procedura prevista dall’articolo 7 dei Trattati europei che prevede sanzioni per lo Stato polacco che conducono, in caso di resistenza perseverante, alla riduzione degli aiuti finanziari e alla sospensione del diritto di voto. Perché tutto questo? Lo spiega alla stampa Frans Timmermans, VicePresidente della Commissione UE: “abbiamo deciso col cuore pesante di difendere i trattati, i valori e lo spirito dall’Europa”. Ma tutelare da cosa?

Cerchiamo di andare oltre gli steccati della narrazione occidentale che descrive il governo polacco come espressione della più becera destra xenofoba europea. Leggendo con attenzione la stampa polacca, ungherese e russa si può comprendere che l’ostilità polacca al governo di Bruxelles ha radici e motivazione ragionevoli consolidate ormai da anni.

Purtroppo l’Occidente ha la memoria decisamente corta e non ricorda che la Polonia ha vissuto l’intero Novecento sotto il dominio di due regimi totalitari violenti che hanno realizzato sistematici processi di genocidio del popolo polacco: nazismo e comunismo. Per questo motivo è ancora forte nell’animo dei cittadini la ferita dei mancati risarcimenti (morali e non solo) per i giganteschi danni subiti. Risarcimenti che riguarderebbero anche la “farsa” dei finanziamenti europei previsti nell’accordo di ingresso della Polonia nella Unione Europea: miliardi di zloty che in realtà sono entrati nelle casse degli stati europei occidentali in quanto le aziende europee operanti nell’area con strategie di delocalizzazione non hanno mai versato imposte allo stato polacco, avendo al contempo beneficiato di manodopera a basso costo e senza grandi tutele contrattuali mantenendo le sedi societarie nelle comunità nazionali d’origine.

L’altro tema caldo è sicuramente quello che riguarda i flussi migratori: il governo polacco reclama il “diritto morale” di dire “no” alla logica perversa dell’Unione Europea di un’accoglienza indiscriminata dei migranti. A sostegno di questa posizione i leader di maggioranza in Polonia utilizzano argomentazioni legate all’assenza di stabilimenti industriali polacchi nelle aree africane e mediorientali di partenza dei flussi migratori: non avendo mai sfruttato, in termini economici, i paesi da cui i migranti provengono non hanno intenzione di accogliere presunti rifugiati a danno dell’economia nazionale. I piani di ricollocazione dei migranti programmati dall’Unione Europea sono definiti, a ragione veduta, una strategia di sostituzione comunitaria perpetuata sulla pelle dei popoli europei: per questo la Polonia parla correttamente di aiuti mirati e coordinati direttamente nei paesi d’origine dei migranti stessi.

Queste sono le vere motivazioni che spingono il partito “Legge e Giustizia” (alla guida del governo polacco) a non chinare la testa nei confronti dell’Unione Europea. Sopratutto in un momento così delicato come quello attuale.

La Polonia che condanna la legislazione sull’aborto, la Polonia che invita il suo popolo il 7 ottobre scorso a recitare un “rosario di riparazione” ai confini della patria, la Polonia che non si piega a legiferare in favore dei matrimoni egualitari è oggi, con l’Ungheria di Orbàn, faro di speranza per l’Europa intera. Un’Unione Europea che assume sempre più i connotati della vecchia Unione Sovietica va riportata all’originale spirito popolare e democratico delle origini, tradito da un’ossessiva retorica speculativa (guidata unicamente da logiche finanziarie prevalentemente extraeuropee) della Commissione Europea attuale.

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